L'Ue alla guerra con Londra per scongiurare nuove "Exit"

Nessuno sconto al Regno Unito: solo così può mettere in guardia gli euroscettici. Cameron sempre nel mirino

Roma - Dall'abuso di democrazia al desiderio di vendetta. Non c'è solo la critica alla democrazia britannica coniata dai nostri ultrà dell'Europa a tutti i costi, quei commenti un po' stizziti sulla decisione di David Cameron di ricorrere al referendum perché sì, il popolo deve essere sovrano ma non esageriamo, non si lasciano queste decisioni agli elettori. Sullo schermo scorrono le parole a volte esplicite, a volte allusive, gli scenari, le iperboli e le previsioni vagamente jettatorie sul futuro della Gran Bretagna che arrivano dagli euroburocrati e da alcuni commentatori mainstream. Un filone di reazioni che dimostra come il voto britannico abbia fatto saltare nervi e lucidità a molti, in primis a coloro che detengono posizioni di potere a Bruxelles e ora, preoccupati per il rischio contagio, appaiono decisi a farla pagare alla perfida Albione.

Su tutte brillano le parole di Jean Claude Juncker, impaziente di ricevere la lettera di divorzio dalla Gran Bretagna e strappare la tessera di adesione di Londra al club dei 28. Il presidente della Commissione Europea ha subito lanciato benzina sul fuoco precisando che «non sarà un divorzio consensuale, non capisco perché Londra debba attendere fino a ottobre» e «presto dimostreremo che Londra stava meglio dentro l'Unione». Insomma i britannici sono ormai reprobi condannati a un ruolo periferico, dissidenti accerchiati costretti a un isolamento tutt'altro che splendido, all'orizzonte per loro si annunciano «sangue, fatica, lacrime e sudore» per dirla con Winston Churchill (se non fosse che da quel discorso partì la grande rivincita britannica nella Seconda Guerra Mondiale). Alla faccia dello spirito di amicizia europeo. Tanto più che Juncker agita un altro spettro: quello della dissoluzione del Regno Unito. «Guardate a ciò che accade in Scozia e Irlanda del Nord, attendiamo che il dibattito interno si sviluppi pienamente». Insomma occhi puntati sulle ambizioni indipendentiste e filo-comunitarie.

Ci va giù duro anche il tedesco Martin Schulz, un altro dei volti-simbolo dell'Ue. Sferra un duro attacco a Cameron: «Francamente trovo scandaloso che tenga in ostaggio un intero continente. La campagna Brexit è stata irrazionale e, in parte, irresponsabile. Perché se c'è un paese che ha bloccato tutte le decisioni, è stato il Regno Unito». Così come esplicito è il presidente del Ppe, Manfred Weber: «Leave means leave», se ve ne andate, ve ne andate. E anche il ministro dell'Economia francese, Emmanuel Macron, carica le armi pesanti: «Se gli altri Stati membri hanno fatto un errore è quello di aver lasciato un Paese prendere in ostaggio il progetto europeo e di avere abbandonato il progetto politico dell'Europa».

Il messaggio non necessita di particolari note a margine: i britannici non pensino di poter continuare ad approfittarsi del mercato interno senza partecipare al budget Ue. E non si illudano di essere trattati come un cugino un po' eccentrico a cui si perdonano modi poco consoni alla tradizione familiare. La «strategia» ora è quella del conflitto aperto, della punizione verso la Gran Bretagna così da scoraggiare altri Paesi dal seguirne l'esempio perché exit chiama exit. Trattare Londra come l'Atene di Varoufakis o tifare per una dissoluzione in stile ucraino non sembra però geniale, visto che è evidente l'interesse europeo a mantenere una Gran Bretagna economicamente forte (solo la Germania esporta merci per 100 miliardi all'anno). Così come è chiaro che a quel punto bisognerebbe mettere in conto una reazione simmetrica da parte dei britannici che certo nel loro Dna, come la storia dimostra, non sembrano avere il gene dell'arrendevolezza.