Lui si difende: «Lascio a testa alta. Non posso dimettermi da padre o marito»

RomaDimesso «mezzo stampa». Senza un avviso di garanzia. Senza prova di passaggi di denaro. Solo per una telefonata di segnalazione. Per il figlio, per di più. Le intercettazioni fatte filtrare dalla Procura di Firenze ad arte (lasciando intendere che ce ne sono altre) convincono Maurizio Lupi a lasciare il governo per difendere la reputazione della famiglia. Si dimette da ministro delle Infrastrutture. «Ma non posso dimettermi da padre o marito: gli affetti vengono prima di tutto, anche prima di una poltrona».

Un regalo enorme a Renzi. «Lascio il governo a testa alta, guardandovi negli occhi», dice a Montecitorio. Gli occhi che incrocia, però, sono pochini: l'aula è semi deserta. C'è più gente sui banchi del governo che negli scranni della Camera. Se non si fosse dimesso, il presidente del Consiglio - per rimuoverlo - sarebbe dovuto salire al Colle, dimettersi e fare un nuovo esecutivo: questo dice la Costituzione. Per questo, nei giorni scorsi il presidente del Consiglio ha fatto filtrare la sua irritazione per le intercettazioni.

Il presidente del Consiglio ed Alfano provavano imbarazzo per le intercettazioni. Ben sapendo che non c'era nessun estremo penale in quelle telefonate. Ma i magistrati inquirenti di Firenze le hanno fatte filtrare ugualmente. Così, per rispettare la personale gerarchia di valori ed il proprio peso specifico delle istituzioni, il ministro annuncia chiaramente di privilegiare l'Istituzione-Famiglia. «Vi auguro - dice rivolto ai pochi colleghi presenti - di non trovarvi mai in una bolla mediatica, attaccato negli affetti e nell'intimità».

Riconosce che l'unico errore commesso è quello di non aver chiesto al figlio di restituire l'orologio da 10.500 euro ricevuto da Perotti (l'imprenditore finito in galera con Incalza in quest'inchiesta Grandi opere). «I Perotti conoscono mio figlio da quando era piccolo. E l'hanno regalato in un'occasione importante come la laurea. Non ho chiesto a mio figlio di restituirlo. Se questo è il mio errore, lo ammetto».

Da buon democristiano (di scuola e formazione), Lupi non approfitta dell'evento per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Al contrario. «Non posso cancellare 22 mesi di lavoro fatto bene, con dignità. Credo che il valore di ogni rapporto umano e di ogni esperienza sia la gratitudine. Ed io - continua - non posso essere che grato al Parlamento, a coloro che hanno avuto fiducia in me, agli amici, a tutti voi per la grande esperienza che mi avete fatto fare».

Sa che la vendetta è un piatto che va mangiato freddo. Non porge l'altra guancia. Ai giornalisti che lo tampinano nel Transatlantico della Camera affida un «ci rivediamo qua». E riceve più abbracci dagli esponenti del suo vecchio partito d'origine (Forza Italia) che da quelli del nuovo (Ncd).

Alla maggioranza, Lupi ricorda le parole di Tommaso Moro: «Scrivendo alla figlia diceva: “Nulla accade che Dio non voglia”. Io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio». Insomma, il ministro sembra quasi vivere la scelta delle dimissioni come una liberazione. E nel pomeriggio sale al Quirinale, per formalizzare nelle mani dello capo dello Stato le proprie dimissioni. Nel momento esatto in cui Lupi saliva al Quirinale, Mariastella Gelmini non escludeva di vederlo bene come candidato sindaco di Milano. La Gelmini è la coordinatrice di Forza Italia per la Lombardia. E Lupi è ancora, formalmente, dell'Ncd.