Lula, la caduta dell'eroe rosso «Tangenti per le elezioni»

Perquisita la casa del leader, poi «accompagnato» dai Pm. Ma per il partito è un prigioniero politico

Paolo ManzoSan Paolo (Brasile) Crolla l'ennesimo mito della sinistra di casa nostra, quella che per anni ha steso peana nei confronti dell'ondata rossa latinoamericana dei vari Lula, Kirchner, Maduro e compagnia cantando, anzi rubando verrebbe da dire a guardare i conti correnti loro e dei loro famigli. Crolla perché, quando ieri in Brasile era l'alba, alla porta di casa Lula ha suonato il «giapponese della Federale», l'agente della polizia d'origini nipponiche che, da quando nel 2014 è iniziata la Mani Pulite qui, ha il compito di arrestare i «pesci grossi». L'ex sindacalista che tanto deve al nostro Paese essendo stato «allevato» politicamente alla scuola del Pci (Botteghe Oscure fu negli anni 70-80 la sua seconda casa) e della Cisl (insieme a Walesa, per intermediazione di Andreotti, ricevette istruzioni «politiche») non è stato arrestato, almeno non ancora, anche se il suo Partito dei lavoratori (PT) si è già mobilitato, anticipandone il destino e definendolo in un comico comunicato stampa un «prigioniero politico». L'uomo che solo qualche anno fa Obama aveva definito come il «politico migliore al mondo», ieri mattina è stato costretto da un mandato di «coercitivo» a togliersi il pigiama, mettersi la giacca e seguire la polizia. Si fosse rifiutato sarebbe stato arrestato. Il motivo è che per due volte nei giorni scorsi l'amico di D'Alema - per contraccambiare la cui amicizia salvò l'ex terrorista Cesare Battisti dalla galera - si era rifiutato di farsi interrogare dai giudici che sospettano sia proprio lui il beneficiario e mandante della corruzione che ha messo in ginocchio non solo la compagnia petrolifera Petrobras ma anche il Paese del samba. «Il comunismo finisce quando finiscono i soldi degli altri» era solita dire Margaret Thatcher e col Brasile in crisi nera Pil - 4% lo scorso anno, peggio al mondo hanno fatto solo Ucraina e Venezuela oggi la considerazione dell'ex Lady di Ferro si realizza, per l'ennesima volta. «Chi non deve non teme» sono soliti dire qui e, a leggere alcuni stralci dell'inchiesta brasiliana, ben si capisce perché Lula abbia fatto di tutto per sfuggire alle domande del giudice Sergio Moro. «L'ex presidente Lula era il responsabile finale di decidere i direttori della Petrobras ed è stato uno dei principali beneficiari dei delitti (di corruzione, ndr). De facto, si sono evidenziate prove che i crimini (della tangentopoli brasiliana, ndr) lo hanno arricchito ed hanno finanziato le campagne elettorali e la cassa del suo partito. Inoltre, di recente nell'inchiesta è stato evidenziato il nome di Lula come persona il cui agire è stato importante per il successo dell'attività criminale». Questo scrivono i magistrati della Lava Jato, così è stata battezzata l'inchiesta che sta stravolgendo il sistema di potere della sinistra brasiliana e, per questo, gli inquirenti dopo avere arrestato centinaia di politici ed imprenditori ora si stanno concentrando sull'ex presidente dei poveri diventato repentinamente ricco ma, soprattutto, tirato in ballo già da almeno 10 collaboratori di giustizia. Nelle 4 ore di interrogatorio di ieri Lula rilasciato poi nel pomeriggio è stato costretto a spiegare di chi siano le proprietà di un lussuoso appartamento vista mare su tre piani nel litorale paulista e di una villa con piscina. Lui ha continuato a negare che gli immobili siano suoi, nonostante le tantissime prove dicano il contrario, mentre chi indaga lo accusa di occultamento di patrimonio, uso di prestanome e riciclaggio di denaro. I soldi spesi per le sue due magioni sarebbero inoltre frutto delle tangenti figlie dello scandalo Petrobras che vede coinvolte le due maggiori multinazionali verde-oro delle costruzioni, la Odebrecht e la Oas, i cui massimi dirigenti sono in carcere da tempo. Come non bastasse, almeno 8 milioni di euro sarebbero finiti nelle sue tasche od in quelle dei suoi figli in cambio di favori, sempre nell'ambito dell'inchiesta che coinvolge anche i vertici della Fondazione Lula, gestita da Paulo Okamoto, suo attuale braccio destro. Quello precedente, José Dirceu, è in galera da tempo assieme al tesoriere del PT, Vaccari Neto. Lula teme di raggiungerli presto.

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