L'ultima colpa dell'America? Combattere contro Ebola

Nella piccola cittadina accanto a quella in cui vivono i miei figli, ho visto ieri sera con i miei occhi come funziona l'allarme per un sospetto caso di Ebola. Un uomo terrorizzato per poche linee di febbre ha telefonato al numero di emergenza e nel giro di dieci minuti è apparsa una task force del servizio sanitario, ambulanze e una dozzina di specialisti che indossano le tute bianche dette Harmat, da Hazardous Materials : cioè fatte per maneggiare materiali contaminati.

È stata una fulminea azione organizzata in modo (...)

(...) efficiente che dimostra come anche nella più sperduta provincia esiste personale addestrato che sa come intervenire.

È stato subito accertato che non si trattava di un caso di Ebola e la pacifica comunità dei sobborghi di Gardens, a venti minuti da Palm Beach, ha potuto tornare a dedicarsi ai compiti scolastici dei figli e ai preparativi per Halloween cercando teschi e fantasmi nei «temporary shopping center» pieni di nasi finti, scheletri, arredi per tombe e tutto quel che serve per la macabra follia d'Ognissanti, importata tre secoli fa dai celtici irlandesi.

Ma lo spettacolo più «spooky», elettrizzante e pauroso, è stato quello del blitz anti-Ebola di cui abbiamo detto, nel villaggio Mirabel sulla grande Pga, cioè in una delle minuscole little towns uguali e confortevoli nate dal 2000 in poi. Ognuna di queste cittadine ha una eccellente biblioteca pubblica e almeno una gigantesca libreria Barnes&Nobles dove si va a fare colazione leggendo a sbafo, magari aspettando che passi l'uragano. Ciò che mi ha folgorato è stata la rapidità con cui l'amministrazione pubblica ha saputo intervenire con personale addestrato, grazie ai protocolli elaborati sulla base degli ultimi casi e fatti diventare immediatamente obbligatori ed attivi su tutto il territorio federale.

L'America è infatti il regno dei protocolli, ognuno dei quali indica esattamente ciò che si deve fare, sia che si tratti di una festa per bambini, di uno sbarco militare, di una riunione di genitori o di un cordone sanitario. I protocolli sono rigidi, ma sempre aggiornati. Quando gli americani viaggiano all'estero pensano che tutti gli altri Paesi abbiano i loro protocolli e che sia sufficiente conoscerli per adeguarsi. Non a caso il loro proverbio più citato è «When in Rome...»: «Quando sei a Roma, fai come fanno i romani».

E i protocolli sono una delle cause invisibili della nuova ondata di antiamericanismo. Vi chiederete: c'è una connessione fra Ebola e l'antiamericanismo? Certo, come in tutto ciò che accade negli Stati Uniti. Prendiamo il caso del dottor Craig Spencer, che in queste ore è chiuso a chiave nel reparto isolamento del Bellevue Hospital Center di New York. Al telefono, mentre le sue condizioni peggiorano, risponde tranquillo che i protocolli di cura sono rispettati. E poi ti manda al diavolo perché «francamente ho altro a cui pensare che non rispondere alle e-mail e alle richieste dei giornalisti».

Spencer è uno di quei giovani medici eroici che in questi anni spendono la loro vita per curare i malati specialmente in Africa (i protocolli per Ebola sono stati in gran parte copiati da quelli di Medici senza Frontiere).

Spencer è considerato un eroe e adesso anche il governatore Cuomo e il sindaco DeBlasio di New York fanno a gara per decantarne le qualità mortali e professionali. Ma Spencer si è trovato nel mezzo di uno scontro fra democratici e repubblicani ed è stato all'inizio dato in pasto alla stampa perché soltanto quando gli è salita la febbre si è presentato in ospedale e non quando si sentiva semplicemente affaticato.

Dopo averlo criticato, ora le autorità gli riconoscono lo status di medico eroico ed orgoglio della città e dello Stato di New York. Il suo comportamento e quello delle autorità è stato perfetto, nulla da ridire.

Ma finché il caso Spencer era presentato come una gravissima prova di incapacità e di inadempienza, il caso Spencer è rimbalzato su giornali e telegiornali europei nutrendo tutti i lettori e gli spettatori di ciò che amano di più: la prova dell'incapacità americana, dell'imbecillità americana, subito associata ai peccati capitali dell'America come la libera vendita delle armi o le ventate di violenta follia nelle guerre etniche dei sobborghi urbani.

Ogni protocollo americano è visto come arrogante, se non imperialista. Se il governo del presidente Obama - un afro-americano che non discende degli schiavi ma da uno studente africano nell'università delle Hawaii - ha deluso la sinistra mondiale quasi quanto quella del suo Paese, i protocolli etici fondamentali sono stati comunque rispettati, per esempio suggerendo un sostegno dell'esercito per l'Ebola in Africa. Ma se gli Stati Uniti inviano tremila soldati per aiutare i Paesi colpiti dall'Ebola e impedire saccheggi e stragi, ecco che rispunta nei nostri dibattiti radiofonici la questione dell'imperialismo americano travestito da buonismo, per mascherare l'inconfessato progetto di contendere ai cinesi brandelli di terre malate e disperate.