L'ultimo bus per l'inferno della Capitale

Premessa. A Roma prendere il mezzo pubblico è da sfigati. Meglio non dirlo in giro che ti guardano male

Premessa. A Roma prendere il mezzo pubblico è da sfigati. Meglio non dirlo in giro che ti guardano male. In effetti l'abbonato Atac (e io sono tra questi) andrebbe compatito. Lui che frequenta un mondo brutto, sporco e cattivo. Dalla fermata del bus sempre occupata dal cafone col Suv, alle attese interminabili di corse mai partite. Ai ceffi che salgono. Roba che ti fa sentire un povero illuso, uno che non centra nulla. Regola numero uno: il bus passa se può. Al netto delle corse saltate, se l'autista non è in malattia, se gli va di partire in orario, se il mezzo non è sfasciato. E se non è venerdì, che di solito si sciopera. La metro A va un po' meglio, il treno passa ogni cinque, sei minuti. La B lasciamo perdere, una tortura cinese senza aria condizionata. Detto questo, qui c'è gente sui quaranta che non ha mai preso la metropolitana in vita sua. A Roma ufficialmente i mezzi «non funzionano», in realtà neanche vengono presi in considerazione. Questa è la città dei tre milioni di veicoli e soprattutto degli 800mila scooteroni, il grande escamotage. E così i mezzi pubblici arrancano miseramente. Sgangherati, e stracolmi «di portoghesi». L'evasione è oltre l'80 per cento, ma all'Atac fanno spallucce. In campagna elettorale la Raggi aveva strombazzato il ritorno del bigliettaio a bordo. Se l'è già scordato, troppo complicato risolvere la questione. Dopo trent'anni di anarchia provate voi a chiedere il biglietto a chi non sa nemmeno come è fatto. Provate a farlo scendere e quello vi denuncerà alla corte di Strasburgo. A Roma funziona così, si sale tutti gratis, e in caso di arrivo del controllore quella fermata diventa il capolinea. Poi tocca aspettare tre quarti d'ora che ne ripassi uno sano di bus. Vabbè, ma tanto è tutto gratis...