L'ultimo gesto d'amore di Liu Xiaobo: morire all'estero per salvare sua moglie

Pechino gli nega cure estreme in Occidente, teme che lei sfugga agli arresti

Un affare interno della Cina. Così le autorità di Pechino hanno definito il caso di Liu Xiaobo, il coraggioso dissidente che sta morendo di cancro al fegato in un ospedale di Shenyang, nel nord del Paese. È stata questa la fredda, burocratica risposta del regime comunista alle richieste dei familiari e di diversi intellettuali tra cui l'artista Ai Weiwei e alle insistenze di diversi Paesi occidentali, di Taiwan e della stessa Unione Europea perché gli fosse concesso di trasferirsi in Germania o negli Stati Uniti per meglio curarsi.

Per Pechino il sessantunenne Liu Xiaobo - che è in prigione da anni unicamente per aver chiesto democrazia nel suo Paese - è un criminale comune, e in Cina chi infrange la legge non può sperare in trattamenti speciali. Il gelido comunicato del ministero degli Esteri cinese recita «ci auguriamo che gli altri Paesi rispettino la nostra sovranità giudiziaria e non utilizzino un singolo caso per interferire con gli affari interni della Cina», ma la verità è un'altra: se Liu riuscisse ad andare a morire all'estero portandosi dietro la moglie conquisterebbe una vittoria morale che il regime non vuole concedergli per la semplice ragione che ha paura di lui e delle sue idee.

Il punto è questo: Liu sta morendo. Il cancro al fegato che gli è stato diagnosticato in carcere due mesi fa è giunto allo stato terminale, e solo per questo gli è stato concesso il trasferimento in ospedale. I suoi persecutori di Pechino sanno che non ne uscirà vivo, e l'ordine è chiaro: ne deve uscire solo da morto, senza andarsene in giro per il mondo a creare problemi. Così, quando nei giorni scorsi un medico tedesco e uno americano che avevano potuto visitarlo a Shenyang hanno dichiarato che Liu era in grado di viaggiare all'estero per curarsi, i colleghi cinesi si sono affrettati a smentirli, assicurando che il viaggio sarebbe stato «pericoloso per il paziente». Dietro ulteriori pressioni occidentali, è poi emersa la verità: Liu non deve lasciare la Cina per scelta politica, non medica. Perché è un affare interno cinese, non un essere umano libero di fare le sue scelte.

Detto tutto questo, la grandezza di Liu Xiaobo non sta solo nell'aver consapevolmente affrontato in questi anni il rischio di finire i suoi giorni in una galera per amore della libertà: quello era un gesto per il suo popolo. L'ultimo suo gesto d'amore è stato per la moglie amatissima Liu Xia, che non lo ha mai rinnegato e per questo è costretta da anni ai domiciliari senza che le sia mai stata contestata alcuna accusa. Liu Xiaobo sa che la sua vita è agli sgoccioli e che neppure i medici occidentali potranno salvarlo, ma vuole salvare l'amore della sua vita. Ottenere di andare all'estero con lei al seguito per regalarle la libertà dopo che lui sarà morto.

Per questo, quando di fronte a un drammatico aggravamento delle sue condizioni ieri i medici dell'ospedale di Shenyang hanno suggerito di intubarlo, Liu si è rifiutato: teme che così diventerebbe definitivamente intrasportabile e a quel punto la speranza di un viaggio all'estero con la moglie sarebbe tramontata per sempre.

Ormai in choc settico e in stato di scompenso multiorgano, Liu continua dunque a lottare, non più per sé ormai, ma per la moglie. La loro è la storia di un grande amore. Il brillante intellettuale e la giovane poetessa, entrambi già sposati, si incontrarono negli anni Ottanta. Nel 1989 Xiaobo finì in carcere per il suo ruolo nelle proteste di piazza Tienanmen e quando uscì alla fine del 1990 i due fecero la loro scelta di vita: «Ho trovato tutta la bellezza del mondo in questa donna», confidò Xiaobo a un amico.

Da allora la loro vita comune è stata un tormento, condizionata dalla continua sequenza di condanne per lui. Quando Liu Xiaobo ottenne il premio Nobel per la Pace nel 2010 era in carcere, e Xia finì ai domiciliari a Pechino, isolata dal mondo, senza telefono né internet. Il dolore l'ha fatta ammalare, trasformando la giovanile bellezza di cui Liu si era innamorato in una donna scossa da tremiti e malata di cuore. La censura ha bloccato perfino le poesie d'amore che lui cercava di inviarle. «Anche se fossi ridotto in polvere - le aveva scritto nel 2009 - userei le mie ceneri per abbracciarti».

Commenti

bruno monferrà

Dom, 16/07/2017 - 10:09

Ben detto. D'accordo su tutto. Ma occhio! La "sedia vuota" del Nobel era a Oslo e non a Stoccolma! Bruno, Padova