L'ultimo schiaffo di Igor: ecco i selfie della vergogna

Narciso e strafottente aveva più di cento scatti e 15 video nella telecamera. Per beffarsi del mondo

Milano - Che avesse un'altissima opinione di se stesso forse lo si poteva intuire: in fondo per mesi ha tenuto in pugno le polizie e i servizi segreti di mezza Europa e non è certo impresa da tutti. Che già con due omicidi sulle spalle e una fama da folle conquistata sul campo si dedicasse a documentare la propria rocambolesca latitanza a suon di decine e decine di selfie e video auto celebrativi manco si trovasse in missione umanitaria, è decisamente un po' troppo. Impietoso narciso senza pietà, fiero della propria ferocia, anche da rinchiuso nel penitenziario di Zuera, a Saragozza, continua a burlarsi del prossimo il 42enne serbo Norbert Feher, meglio noto come «Igor il Russo», accusato di cinque assassinii tra l'Italia e la Spagna dove - prima di venire catturato, lo scorso 15 dicembre - ha ucciso due poliziotti e un allevatore (GALLERY: I selfie di Igor il russo).

Le immagini - pubblicate dal sito spagnolo lacomarca.net e poi riprese da tutti i media - sono state estrapolate dalla Guardia Civil dalla scheda di una telecamera che era stata sequestrata al killer insieme ad altri apparecchi informatici, proprio la notte dell'arresto nelle campagne di Turuel.

Naturalmente gli scatti e le registrazioni Igor li ha realizzati prima dell'arresto, come appare dagli sfondi delle immagini, dove s'intravvedono boschi e terre bruciate dal sole, paesaggi solitari, sperduti. Sorridente, sfrontato, il volto coperto con un passamontagna mimetico, un cappello da «gringo» calato sulla testa, gli occhiali da sole scuri, in un selfie Igor fa il segno della vittoria mettendo le dita a V, in un altro invece tiene in mano una pistola, mettendola in primo piano come un macabro trofeo, impugnata con l'enfasi di chi è riuscito a trasformarsi nel proprio «eroe», il cattivo più cattivo che c'è, forse retaggio dei troppi fumetti letti.

Quella nei selfie non è un'arma qualsiasi. Rubata a una guardia costiera di Consandolo, nel Ferrarese, il 30 marzo dell'anno scorso, è la stessa usata per uccidere, il primo aprile 2017, il barista Davide Fabbri a Riccardina di Budrio (Bologna) e, sette giorni più tardi, la guardia volontaria Valerio Verri, a Portomaggiore (Ferrara), per poi far perdere le proprie tracce.

Calato nel personaggio del guerrigliero da «fine guerra mai», lo spietato assassino si fa riprendere però anche a figura intera, le braccia conserte, gli occhiali da vista, un paio di pantaloni della tuta. In questa immagine sembra un innocuo ragazzone di campagna nutrito a latte e bistecche, quasi l'uomo descritto in una intervista dal cappellano del carcere di Ferrara, don Antonio Bentivoglio con cui, guarda un po', si era fatto un selfie poi postato su uno dei suoi tanti, beffardi, profili Facebook. Il religioso ne aveva parlato come di un «detenuto modello», che puliva in chiesa, cantava nel coro, cucinava per tutti e faceva il chierichetto. Salvo poi trasformarsi in un rapinatore seriale e in un feroce assassino. Che a colpi di bastone, ascia e frecce ha seminato il panico nelle campagne emiliane al punto da essere definito «pazzo» e condannato ancora a 5 anni. È sempre la stessa storia: le apparenze, ingannano.