L'uscita coraggiosa di Buffon in difesa dell'eroe italiano

Gigi Buffon dovrebbe stare più attento nelle uscite. Non quelle dalla sua porta di football, là dove è uno dei migliori al mondo. E nemmeno quelle dall'uscio di casa, davanti al quale paparazzi e affini stanno in (...)

(...) bivacco aspettando l'ora X per lo scatto e il flash del portierone in compagnia di Ilaria D'Amico. Quelle rientrano, tutte, nel logorio del calcio e della vita moderna.

Ma quando Gigi Buffon apre bocca, parla di altro, allora senti il puzzo di chi lo odia, i miasmi di chi gli scarica addosso insulti. Basta leggere i siti, le reazioni volgari, i commenti aggressivi, violenti, anche in queste ultime ore. Perché Buffon non fa parte della fazione giusta, del partito delle persone «perbene», dei docenti dell'etica, dei depositari della vita pura e giusta. È un fascistello viziato, è un professionista ricco e ambiguo, è un portiere di football, faccia quello e basta. E poi è soltanto un italiano.

Era già accaduto quando, da giovane promessa, mostrò una maglietta sulla quale c'era scritto Boia chi molla , dunque uno slogan del fascio, in verità Buffon aveva letto quelle parole sul cassetto di un tavolo ai tempi del collegio e se ne era ricordato nello spogliatoio del Parma. L'equivoco si ripeté quando Gigi scelse come numero di maglia l'88, per lui era «due palle», necessarie dopo l'infortunio che lo privò di partecipare agli Europei del 2000 ma la comunità ebraica si offese ricordandogli che l'ottava cifra dell'alfabeto é l'ACCA e la doppia cifra, rammentava l' Heil Hitler nazista. Infine, dopo il trionfo mondiale del 2006, Buffon si fece fotografare, insieme con i suoi colleghi (se scrivessi compagni?), al Circo Massimo, appoggiato a una bandiera tricolore sulla quale era scritto Fieri di essere italiani , con una croce celtica a corredo. Martedì sera le ultime parole famose: «Dedico questa vittoria sul Monaco a due persone, Piermario Morosini e Fabrizio Quattrocchi», aggiungo io, entrambi morti il quattordici di aprile ma con significato diverso, non per Gigi. Due morti che lo hanno commosso e poi mosso a ricordarle, senza altri risvolti. Ma morti diverse, perché in questo Paese i morti ammazzati non sono tutti uguali. Se appartengono a categorie o ideologie, diverse dal pensiero cosiddetto comune e corretto, allora non meritano citazioni e fiori. Morosini lasciò la vita per infarto sul campo di gioco, durante Livorno-Pescara. Quattrocchi era un fascista, Quattrocchi era in Irak in cambio di dollari per tutelare la vita di persone, imprenditori, dirigenti, secondo un contratto con una compagnia di servizi di protezione. Quattrocchi fu rapito e giustiziato dalle sedicenti Falangi verdi di Maometto, fu ammazzato con due colpi di pistola dei miliziani iracheni che lo bendarono prima di sparare. Lui chiese di togliersi il cappuccio e urlò: «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano». Non gli fu tagliata la testa dunque le immagini dell'uccisione non fecero il giro mondiale delle televisioni, il Tg1, molto tempo dopo, mandò in onda un filmato senza le sequenze drammatiche del corpo di Quattrocchi gettato in una fossa mentre gli assassini gridavano «Era un nemico di Dio, un nemico di Allah». Buffon, sul suo profilo Facebook aveva già dedicato parole e pensieri a Morosini e a Quattrocchi, così scrivendo: «Due persone che hanno dato lustro alla mia categoria e alla mia nazione, sono stati un vanto per me e mi auguro per tutti noi. Grazie Piermario, grazie Fabrizio, la vostra morte è servita a capire tante cose e a far vedere che non tutti siamo dei balordi, dei viziati, senza ideali e ammantati da vacui valori. Morosini ha riscattato la categoria dei calciatori perché ha dimostrato al mondo quanto possa contare la passione per le discipline. Quattrocchi mi ha fatto vibrare il cuore con una frase che ancor oggi mi commuove “ora vi faccio vedere come muore un italiano”».

Pensieri già scritti, parole di nuovo dette, il quattordici di aprile, dopo una partita di football. Tutto inutile, scomodo, inopportuno. Buffon torni in porta e dimentichi Quattrocchi. Come hanno fatto tutti gli altri.

di Tony Damascelli