Macron lascia il governo socialista e si prepara a sfidare Hollande

Il ministro si candiderà all'Eliseo. All'Economia al suo posto Sapin

Francesco De Remigis

Capisco la gravità della mia decisione, ma scelgo di essere libero e responsabile».

Così il ministro dell'Economia francese Emmanuel Macron ha formalizzato ieri le dimissioni dal governo socialista. Trentotto anni, ambizioso, ora punta tutto sul suo movimento: En Marche! E non più su un carrozzone di governo da cui più e più volte ha marcato le distanze. «Ho toccato con mano i limiti del nostro sistema politico, un sistema che spinge a compromessi dell'ultimo minuto», ha spiegato Macron prima di lasciare Bercy. La sede del dicastero ha già un sostituto. Michel Sapin, fedelissimo del presidente François Hollande.

Pur non dicendo esplicitamente di voler correre per l'Eliseo nel 2017, Macron ha parlato di «trasformare la Francia a partire dall'anno prossimo», l'anno delle presidenziali. Secondo il settimanale Le Point, a giorni uscirà il suo libro-programma, che potrebbe avere come sottotitolo «In marcia verso l'Eliseo». Stando agli ultimi sondaggi, risulta il secondo politico francese più gradito dopo Alain Juppé. Dunque la corsa alla presidenza sembra la via più coerente. «Non possiamo pensare che l'organizzazione politica sia immutabile, per questo intraprendo una nuova tappa del mio programma». Per lui che appena pochi giorni fa aveva detto di «non essere socialista» la scelta di dimettersi non ha stupito. Già al recente World Economic Forum di Davos s'era rivolto alle emittenti estere. Un po' per farsi conoscere meglio, un po' per ribadire la sua distanza dai socialisti in materia di lavoro e tassazione. Tra interviste in inglese fluente e pranzi con il patron di Google e quello di Uber a cui ha annunciato la volontà di «normalizzare» il modello che ha creato polemiche con i tassisti non solo in Francia Macron è stato anche un fautore del Jobs Act à la francese, privilegiando gli accordi aziendali e proponendo l'estensione dell'orario di lavoro. A fine settembre presenterò la mia diagnosi e le mie proposte per ridare alla Francia il posto che merita, ha detto ieri Macron senza troppe polemiche. D'altronde ne ha inanellate una lunga serie da quando è in carica. Dalla espressa contrarietà alle 35 ore «non capisco come possa crescere la Francia lavorando meno» alla più recente perplessità sulla riforma costituzionale: «Abbiamo prestato troppa importanza a questo dibattito, non si sconfigge il male espellendolo dalla comunità nazionale». Dichiarazione di tal eco che Hollande ha rinunciato alla revoca della nazionalità per i terroristi condannati. In quattro anni il mosaico finemente costruito da Hollande si è sgretolato. Macron è l'ultimo tassello ministeriale staccatosi dal quadro guidato dal premier Valls. I Verdi prima, poi l'ala gauche-gauche; Arnaud Montebourg, Benoît Hamon, Aurélie Filippetti e Christiane Taubira. Ora l'ex banchiere a Rotschild che punta all'Eliseo. Il polo riformista del Ps, diviso tra il social-liberalismo di Valls e il liberismo di Macron è a un bivio. Restare con Hollande, o lasciare il Titanic prima che affondi.