Manovra, rissa in Aula Oggi si vota la fiducia

Fico nel mirino per la gestione dei lavori. Fiano il più «scatenato». E il Pd ricorre alla Consulta

Montecitorio come uno stadio invaso da tifosi esagitati e dove anche l'arbitro non è imparziale. Non è stata una bella pagina per la storia della nostra democrazia quella scritta ieri nell'Aula della Camera teatro di pesanti scontri verbali, lancio di un voluminoso fascicolo verso i banchi del governo, sventolamento di bandiere, urla, strepiti e insomma una indegna gazzarra mal gestita o meglio non gestita dal presidente della Camera, Roberto Fico. Pietra dello scandalo l'esautoramento totale del Parlamento dalle proprie funzioni visto che né il Senato né la Camera hanno avuto la possibilità di discutere il testo della manovra e votare gli emendamenti.

Come previsto oggi pomeriggio si voterà la fiducia intorno alle 18 e la seduta andrà avanti fino a mezzanotte. Il voto finale del provvedimento slitterà a domenica. Negli anni passati a metà dicembre la manovra era già stata ampiamente discussa e poi approvata. Del tutto giustificata dunque l'indignazione delle opposizioni di fronte ad una procedura che nessuno dei precedenti governi aveva messo in atto in questi termini. Il clima è apparso infuocato fin dalla prima ora e sul banco degli imputati è finito subito Fico accusato di essere di parte. Visto che il presidente della commissione bilancio, Claudio Borghi, non aveva consentito la votazione degli emendamenti e che era stato dato mandato al relatore di riferire in aula senza alcun voto le opposizioni avevano chiesto più tempo per la discussione generale. Richiesta ignorata con conseguente rivolta di Forza Italia e del Pd. IL dem Emanuele Fiano è arrivato a lanciare il testo della legge verso il banco del governo colpendo il sottosegretario leghista, Massimo Garavaglia, al quale poi ha fatto le sue scuse.

Rissa evitata soltanto grazie all'intervento dei commessi tra Luigi Marattin del Pd e il leghista Nicola Molteni. Tra le proteste la seduta è faticosamente proseguita fino all'intervento di ministro dei rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro che ha posto a nome del governo la questione di fiducia tra i fischi e urla. Inutile l'appello di Graziano Delrio, pd, a rimandare il testo in Commissione per un approfondimento: richiesta respinta dall'Aula.

Lo stesso Fico ha dovuto riconoscere di non aver mai auspicato «una discussione di questo tipo», aggiungendo che «è sconsigliato» e che «non è un modo giusto di procedere, non c'è dubbio». Ma se la manovra non fosse approvata entro la fine dell'anno scatterebbe l'esercizio provvisorio e dunque alla strana alleanza Lega -Cinquestelle non è restata altra possibilità che invocare per l'ottava volta da quando è al governo la fiducia. Una fiducia che, va sottolineato, nell'ultimo mese è stata posta ben 4 volte. Fico ha insistito sui tempi stretti e ha difeso la sua scelta facendo notare che la manovra «non può arrivare al Presidente della Repubblica per la firma il primo gennaio». Di questo ritardo però non è certamente colpevole il Parlamento.

Contro il merito ed il metodo con i quali è stata gestita la manovra il Pd ha depositato ieri mattina un ricorso alla Consulta per la violazione della Costituzione. Il dem Andrea Marcucci accusa: «C'è stata la volontà precisa di impedire al Parlamento di conoscere cosa si stesse votando» mentre il costituzionalista Stefano Ceccanti, pd, spiega che «è stato violato l'articolo 72 della Costituzione» evidenziando «la lesione delle prerogative costituzionali». Il presidente della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi, ha disposto che l'ammissibilità del ricorso venga trattata il 9 gennaio, relatrice sarà la vicepresidente della Corte, professoressa Marta Cartabia.