Gli affari dell'Eni e lo zampino dell'Irak: ecco i nuovi equilibri mediorientali

Dopo l'accordo sul nucleare Italia pronta al grande ritorno: si apre un mercato da oltre 100 miliardi. Bagdad rischia di diventare un feudo iraniano

Da vicino sembra solo un accordo sul nucleare. Basta però allontanarsi un po' per scorgervi un'intesa capace non solo di riavviare i rapporti tra Washington e Teheran, ma anche di riaprire i grandi affari con la Repubblica Islamica e ridisegnare, anche se non necessariamente in meglio, il profilo geopolitico del Medioriente.

Nel 2006 l'Italia era il primo partner commerciale dell'Iran davanti alla Germania con un interscambio da 6 miliardi. Ora le aziende italiane, Eni in testa, sono pronte a recuperare i circa 15 miliardi di euro a cui hanno rinunciato dopo le sanzioni europee del 2012. Non a caso l'amministratore delegato dell'Eni Paolo De Scalzi ha incontrato più volte il ministro del petrolio iraniano Bijan Zanganeh riavviando quei rapporti che, da Mattei a oggi, fanno dell'Italia un partner privilegiato di Teheran.

La partita più complessa si gioca in quel settore della meccanica strumentale dove le nostre aziende hanno perso commesse per 11 miliardi. L'accordo sul nucleare apre la strada a un mercato da oltre 100 miliardi. Per riconquistarne una fetta consistente dovremo vedercela non soltanto con i tradizionali concorrenti tedeschi, ma anche con le grandi multinazionali americane decise a riconquistare i mercati persiani.

Fino ad ora lo scontro con l'Iran impediva accordi concreti con la Repubblica Islamica e la Siria per combattere lo Stato Islamico. Ora gli Stati Uniti e i suoi alleati potrebbero ricorrere ad alleanze tattiche con Teheran e i suoi affiliati per combattere l'avanzata del Califfato. In cambio Teheran potrebbe accettare un compromesso territoriale che lascerebbe al regime di Bashar Assad il controllo di poco più di un terzo del territorio originale. Un territorio sufficiente a Teheran per garantire la persistenza dell'asse strategico con Hezbollah in Libano e con l'Irak.

L'Irak a maggioranza sciita rischia di trasformarsi definitivamente in un feudo iraniano anche grazie all'incapacità americana di mantenere rapporti con una minoranza sunnita passata in gran parte tra le fila dell'Isis. Anche riconquistando Mosul e le altre roccaforti dello Stato Islamico nel nord del paese sarà difficile ricomporre i rapporti tra la minoranza sunnita, quella sciita filo iraniana e un'entità curda sempre più lontana da Bagdad.

Il Kurdistan iracheno, una volta abbandonato l'Irak dominato da iraniani e sciiti, potrebbe cercare di dar vita a uno stato indipendente annettendosi i territori curdi siriani. Per tutta risposta Ankara potrebbe creare una zona cuscinetto nei territori settentrionali della Siria estesa fino ad Aleppo ed affidata formalmente al controllo dei gruppi ribelli anti-Assad.

Il ritorno in Iran delle grandi compagnie internazionali mette a rischio le strategie politico-energetiche di un'Arabia Saudita che ha spinto al ribasso i prezzi del greggio per affossare l'economia iraniana e lo shale oil americano. Un rialzo dei prezzi rimetterebbe in pista lo shale oil rendendo praticabili i progetti d'indipendenza energetica perseguiti da Obama. E il rialzo dei prezzi colpirebbe una Cina diventata grazie alle sanzioni il miglior cliente di Teheran. Messa all'angolo dal tradizionale alleato americano, l'Arabia Saudita potrebbe rispondere acquistando testate nucleari dal Pakistan e sostenendo con ancor più decisione i gruppi jihadisti nemici dell'Iran.

Nella visione strategica d'Israele la Repubblica Islamica è l'unica nazione mediorientale capace di trasformarsi in una minaccia esistenziale alla sua sopravvivenza. L'accordo Washington-Teheran priva Gerusalemme di un'importante elemento di deterrenza perché qualsiasi azione militare contro i siti nucleari iraniani la esporrebbe al biasimo internazionale. Ma Israele potrà far buon viso a cattivo gioco pretendendo nuovi aiuti militari dagli Stati Uniti. Inoltre molti analisti prevedono un'intensificazione di quella guerra segreta che ha già portato all'eliminazione di alcuni scienziati nucleari iraniani e al sabotaggio di vari impianti atomici della Repubblica Islamica. Messa all'angolo dagli Stati Uniti Israele rafforzerà i suo legami con l'Arabia Saudita e il mondo sunnita, ma si guarderà bene dal ratificare qualsiasi accordo di pace con i palestinesi.

Commenti

alberto_his

Mer, 15/07/2015 - 09:23

Ottimo articolo. Non sarà facile ma ci sono tutte le premesse affinchè le imprese europee, preferite dagli iraniani a quelle statunitensi e asiatiche, possano riconquistarsi il promettente mercato iraniano. Per l'Italia la strada è in salita dovendo riguadagnare una leadership ormai persa. I tempi non sono brevissimi considerando il prezzo attuale del greggio e i tempi per la rimozione delle sanzioni. Resterei cauto sulla collaborazione Iran-USA contro il Daesh così come sul cosiddetto Kurdistan: va tenuto in conto il ruolo di altri attori locali, in primis Turchia (osteggiante i curdi ma non il Daesh) e Israele (che li supporta entrambi per differenti ragioni). Notare che l'asse Israele-Arabia Saudita-GCC spende nell'acquisto di armamenti, principalmente made in USA, ammontari di un paio di ordini di grandezza superiori a quelli consentiti alla Repubblica Islamica, che viene invece tuttora indicata, in piena malafede, come il pericolo principale per la stabilità della regione.

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stenos

Mer, 15/07/2015 - 09:36

Mentre le società occidentali arraffano il grano questi si fanno la bomba atomica. Appena l'hanno cambia tutto. Ne vedremo delle brutte. Basta aspettare.