Marina Berlusconi gela Renzi «È di parole più che di parola»

La presidente Fininvest e Mondadori non fa sconti: «A livello economico opportunità uniche, il governo non è all'altezza»

G ioca fra singolare e plurale per incastrare il premier: «Quello guidato da Renzi mi sembra molto più un governo di parole che un governo di parola». Marina Berlusconi è affilata come un coltello. E non mostra alcuna simpatia verso il capo dell'esecutivo, lo stesso per cui invece si è speso nel passato il fratello Pier Silvio. Ragionando per schemi e semplificazioni, si potrebbe dire che Marina interpreta la linea antiNazareno adottata dal padre Silvio nell'ultima fase, dopo la rottura sulla nomina di Mattarella. Ma con ogni probabilità il presidente di Fininvest e Mondadori segue solo i propri ragionamenti e le proprie convinzioni.

Difende il papà, esprime felicità per l'assoluzione nel processo Ruby, «un dibattimento senza prove e senza reato», nello stesso tempo cita Mao per colpire l'uomo nuovo di Firenze. E lo fa con una battuta perfida: «Parafrasando Mao Zedong la politica non sarà un pranzo di gala, va bene, ma mi pare che Renzi abbia il vizietto di avvelenare un po' troppo spesso le portate». Fiducia zero, dunque, nelle virtù taumaturgiche del capo del governo.

Marina Berlusconi mette in fila numeri e cifre, poi traccia la sua analisi. Impietosa: «Quest'anno l'esecutivo prevede una crescita dello 0,7 per cento, dietro di noi nell'area euro c'è solo Cipro, non mi sembra un risultato esaltante». E ancora: «Bisogna vedere come evolverà la crisi greca, ma mi pare che, a livello generale, dal quantitative easing della Bce, con il crollo del cambio euro-dollaro, fino al calo del prezzo del petrolio, si stiano creando opportunità uniche. Opportunità per le quali l'Italia non ha meriti e che non dureranno in eterno. Per approfittarne appieno ci vorrebbe in primo luogo un governo all'altezza della situazione, che faccia quello che è necessario». Ma il governo Renzi, sintetizza Marina Berlusconi, «è un governo di parole. Non di parola». Lustrini e illusioni, altro che fatti e cambiamenti. L'ala verdiniana di Forza Italia che smania per correre in soccorso del premier prenderà nota.

Lei, nell'intervista concessa all' Ansa , parla anche di giustizia, con riferimento ai procedimenti del padre Silvio e delle aziende di cui è alla guida. «Siamo un gruppo solido e in movimento - spiega il presidente di Fininvest - il 2014, assieme a una Mondadori di nuovo in utile, ha visto una Mediaset, dove mio fratello Pier Silvio e la sua squadra hanno fatto un lavoro eccezionale, che torna a distribuire dividendi e ha visto anche un netto miglioramento della situazione finanziaria». Ci sono poi le trattative in corso: l'acquisto della divisione libri dalla Rizzoli e la cessione di un pezzo di gloria sportiva come il Milan, disputato da investitori cinesi e thailandesi. E qui Marina sceglie la cautela. Capitolo Rcs: «È evidente che in un mercato in contrazione occorre consolidare le proprie posizioni nelle attività in cui si è leader. Ma la strada è ancora lunga».

E il Milan? Qui la stretta finale potrebbe essere molto vicina: «È una fase molto delicata, si impone il silenzio».

Marina invece non ha paura di affrontare il capitolo giustizia: «Un Paese in cui non funziona la giustizia è un Paese che non funziona». Il caso Ruby, salvo colpi di coda, è chiuso: dunque Marina prova «grandissima soddisfazione», ma la miscela con altrettanta «grandissima amarezza per i guasti irreparabili provocati» dalla vicenda. Una storia «che deve far riflettere tutti». E poi c'è la condanna per i diritti Mediaset, «di una gravità sconcertante». Si aspettano i «supplementari» a Strasburgo: «Il sacrosanto bisogno di giustizia di mio padre non potrà non essere soddisfatto».

di Stefano Zurlo