Quella maternità negata per colpa di un tumore

Dopo l'iter per l'adozione, il giudice le nega il bimbo. Motivo: «La donna è malata di cancro»

Nino Materi

In una storia - anzi, in un dramma - come questo, la cosa più sbagliata sarebbe dividersi tra «partiti»: il «partito» del «giudice cattivo» che ha «negato» il bimbo in adozione a una mamma colpita da cancro; e il «partito» della «mamma vittima» che, oltre al dolore per la malattia, deve subire anche lo strazio per una maternità desiderata, quasi raggiunta, ma alla fine impossibile da vivere. Guai a «tifare» solo per le ragioni del diritto dei codici o unicamente per la legge del cuore. Anche perché la difficilissima decisione presa da un giudice di Torino appare come il sofferto (ma forse inevitabile) combinato disposto tra l'applicazione delle norme in tema di adozione e l'«interesse» del bambino. In mezzo c'è la tragedia - umanamente straziante - di una Chiara, 42 anni, che, al danno di un male bastardo, deve abbinare la beffa di una sentenza apparentemente crudele.

Tanto per rendere la vicenda più paradossale, spunta inoltre anche una relazione della Asl che considera la donna «non sufficientemente invalida» per beneficiare della legge 104; come dire che due diverse istituzioni considerano la stessa donna «inabile» a fare la mamma, ma «abile» a fare la lavoratrice.

Chiara ha 42 anni ed è di Torino. Il Tribunale dei minori del capoluogo piemontese è come se le avesse detto a muso duro: «Hai il cancro, quindi non puoi diventare mamma». Nessuno ha ovviamente usato modi tanto crudi, ma la sostanza del concetto resta identico. «Le condizioni di salute non sono compatibili con l'accoglienza di un bambino», ha spiegato nelle motivazioni il giudice (donna e mamma). Eppure la donna aveva superato insieme al marito tutto l'iter che la procedura di adozione prevede per una coppia.

A infrangere il sogno della coppia a un passo dal suo coronamento è stata una ricaduta di quel cancro al seno che l'aveva colpita quando aveva solo 29 anni. Proprio a causa di quel tumore, che da quattro anni sembrava sparito e delle terapie per sconfiggerlo la donna era rimasta sterile.

«Quante madri malate di cancro accudiscono i loro figli?», si è sfogata dopo la sentenza la donna. Una reazione avvalorata anche dalla precedente relazione dell'Asl che giudicava l'impiegata «fisicamente idonea in quanto la patologia stabile consente le funzioni educative verso la prole».

«La malattia - è lo sfogo della donna su La Stampa - mi ha tolto la possibilità di essere madre naturale ma, nonostante i medici dicano il contrario, il Tribunale dei minori dice che non può prendersi la responsabilità di affidarci un bambino perché sono malata. Voglio continuare a lavorare come ho sempre fatto in questi anni, ma l'Inps non mi garantisce i permessi perché per i medici legali hanno calcolato che sono troppo poco invalida. Si mettessero d'accordo».

«Abbiamo seguito il corso organizzato dal Tribunale - racconta la coppia -, poi ci siamo sottoposti a sei mesi di consulenze e visite, tutte superate. Sono venuti a casa nostra, hanno analizzato tutta la nostra vita e dato l'idoneità, poi bloccata dalla sentenza del giudice. Consuetudine vuole che debbano passare almeno cinque anni di remissione dalla malattia: io ero nel quarto».

Al quinto anno, il cancro, come un incubo, è tornato.