Maxicorruzione, smascherati Lula e la Rousseff

I giudici: «Tangenti milionarie, il Partito dei Lavoratori era un'organizzazione criminale»

San Paolo Due giorni per contabilizzare tutto il danaro con l'aiuto di sette macchinette contasoldi di quelle usate in banca. La polizia federale brasiliana non ha creduto ai suoi occhi quando ha aperto le porte di un appartamento a Salvador di Bahia. In una stanza, accatastate una sulle altre, decine tra borse, scatoloni di cartone e valigie con dentro danaro in contante. In tutto oltre 51 milioni di reais, l'equivalente di 14 milioni di euro. Le foto hanno fatto presto il giro del mondo e sono già diventate il simbolo della corruzione endemica che strangola oggi il Brasile. Già perché l'appartamento non è di proprietà di un narcotrafficante alla Pablo Escobar ma nientedimeno che di un ex braccio destro dell'attuale presidente Michel Temer di cui è stato addirittura ministro della segreteria di governo, Geddel Vieira Lima. Geddel è stato anche vicepresidente della banca statale Caixa Economica Federal, dal 2011 al 2013, ovvero durante il governo di Dilma Rousseff e, prima ancora, ministro per l'integrazione di Lula. A luglio Geddel era stato arrestato - ora è ai domiciliari - con l'accusa di essere un criminale seriale per avere commesso una sfilza di reati finanziari contro l'amministrazione pubblica durante tutta la sua carriera professionale. L'ex ministro è infatti coinvolto in almeno quattro operazioni della magistratura brasiliana compresa la più famosa di tutte, la Lava Jato» operazioni che stanno mostrando al mondo come la corruzione si sia ormai infiltrata a tutti i livelli della politica verde-oro, anche a quelli più alti. Prova ne sia che in concomitanza con il ritrovamento della «stanza dei soldi» - così è stato ribattezzato il tesoro di Geddel - un'altra denuncia bomba sta facendo tremare il Paese del samba.

La Procura Generale della Repubblica, nella persona del suo procuratore capo Rodrigo Janot, ha infatti denunciato la cupola del Partito dei lavoratori (PT), a cominciare dagli ex presidenti Lula e Dilma. Il PT è accusato di aver dato vita ad una «organizzazione criminale» per appropriarsi dei miliardi della Petrobras - la compagnia petrolifera statale attraverso stecche di importo così elevato da far «sparire» la maxi tangente Enimont. Durissima l'accusa contro Lula, considerato da Janot «il grande ideatore dell'organizzazione criminale legata a Petrobras», l'uomo che «negoziava direttamente con imprese private i valori per finanziare la sua prima campagna elettorale presidenziale» vincente, quella del 2002. Impegno di Lula era di «usare l'apparato pubblico, nel caso fosse eletto come di fatto poi accadde, a favore degli interessi privati di questo gruppo di imprenditori», continua impietosa la Procura Generale brasiliana nella sua accusa. Durante le sue due presidenze (dal 2003 al 2010, nda) non solo Lula «ha mantenuto questo impegno ma lui stesso - o tramite l'intermediazione dell'ex ministro dell'Economia Antonio Palocci (oggi in carcere, nda) - ha organizzato nuovi affari illeciti per raccogliere più tangenti». Per Janot, insomma, Lula «è il grande responsabile per la coesione del nucleo politico di questa organizzazione criminale e per la scelta di Dilma come candidata del PT alla presidenza del Brasile», nel 2010. Una scelta che gli «ha consentito di influenzare poi il governo della sua delfina, trasformandolo in uno strumento per ottenere ulteriori vantaggi illeciti». Accuse pesanti come pietre, anche se il rischio che in Brasile tutto cambi perché nulla cambi è alto. Il prossimo 17 settembre scadrà infatti il mandato di Janot e al suo posto è già stata nominata Raquel Dodge. Amica tanto di Temer come di Lula.