Medioriente in fiamme per i colpi di coda dell'Isis

Alle corde in Siria e Irak, il "califfato" sposta la minaccia in Israele ed Egitto. E Hamas plaude

Espandere il terrore è la parola d'ordine dello Stato islamico, che arretra nelle sue roccaforti storiche in Siria ed Irak. I due attacchi di ieri nella penisola egiziana del Sinai, che hanno provocato 23 morti, il giorno dopo il camion killer di Gerusalemme, dimostrano che le bandiere nere puntano ad allargare la minaccia. L'obiettivo è ammortizzare le sconfitte, almeno dal punto di vista dell'immagine propagandistica, oltre ad infiammare vecchi e nuovi campi di battaglia. Dall'Europa al Medio Oriente, dove il terrorismo è di casa, ma non si combatte ogni giorno una guerra devastante come ad Aleppo o Mosul.

In Siria ed Iraq le bandiere nere hanno già perso il 55% del territorio e l'85% in Libia con la caduta di Sirte, la prima «capitale» del Califfato liberata. La strage del mercatino natalizio a Berlino ha riportato il terrore nel cuore dell'Europa. L'ondata successiva che ha colpito Istanbul, Gerusalemme e il Sinai dimostra come i tagliagole dello Stato islamico siano ancora forti e pericolosi nel resto del Medio Oriente, che le bandiere nere sognano di conquistare in nome del Califfo.

Gli attacchi di ieri alle forze di sicurezza egiziane nel Sinai sono stati lanciati dai miliziani di Ansar Beit al Maqdis, un gruppo oltranzista che nel 2014 ha giurato fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi. La penisola è wilayat, una provincia del Califfato, dove le bandiere nere hanno un nemico comune con Hamas, i fondamentalisti palestinesi che controllano Gaza. Il suo nome è Abdel Fattah Al Sisi, il presidente egiziano ed ex generale che ha scatenato una guerra senza quartiere contro le sacche jihadiste in Sinai. E chiuso i rubinetti di soldi e armi che arrivavano a Hamas attraverso i tunnel dall'Egitto, grazie al deposto Mohammed Morsi, il capo di Stato dei Fratelli musulmani finito dietro le sbarre.

In dicembre è stata annunciata la morte da «martire» di Hashem Abdel Aileh Kishtah, indicato dai servizi israeliani come l'ufficiale di collegamento fra Hamas e le bandiere nere nel Sinai. Nonostante a Gaza i seguaci del Califfo non abbiano mai potuto alzare la testa dallo scorso settembre, un patto non scritto suggellato da fondamentalisti palestinesi e Stato islamico ha sancito di colpire i nemici di entrambi: Egitto ed Israele.

Non a caso gli attacchi in Sinai sono stati preceduti dal camion killer che ha falciato i soldati israeliani a Gerusalemme. Secondo il governo ebraico l'attentatore è un seguace dello Stato islamico, che voleva emulare gli attacchi simili di Nizza e Berlino. Hamas si è guardata bene dal rivendicare la paternità, ma ha fatto scendere in piazza i militanti a Gaza per festeggiare l'evento. «Il messaggio è di incoraggiamento e sostegno ad ogni jihadista che colpisce il nemico sionista», ha apertamente dichiarato Fathi Hamad, uno dei leader di Hamas. Per assurdo il picco di popolarità dello Stato islamico fra i palestinesi, al 15% nel 2014-2015, era crollato all'8% lo scorso anno, ma con azioni come quella di Gerusalemme risalirà grazie all'entusiasmo di Hamas. E potrebbe riattizzare un'intifada in affanno.

Il primo obiettivo dell'espansione del terrore è diventata la Turchia, che nel corso dell'ultimo anno ha registrato un migliaio di vittime, fra morti e feriti del terrorismo jihadista e di quello curdo, che sembrano andare quasi a braccetto nonostante la rivalità di fondo. Una mossa annunciata: ai primi di novembre il Califfo in persona, Abu Bakr Al Baghdadi, è sceso in campo per aizzare i suoi ad attaccare in Turchia. In dicembre, il nuovo portavoce dello Stato islamico, Hassan al Muhajir, ha lanciato l'ordine di colpire nei mercati, le ambasciate ed i club. Un'escalation sfociata nella strage in discoteca di Capodanno ed alimentata dalla propaganda su Costantinopoli, la rivista in turco delle bandiere nere. Il voltafaccia del neo sultano turco Recep Tayyip Erdogan sulla Siria, che ha abbandonato i ribelli ad Aleppo bombardando le bandiere nere e garantendo con la Russia l'avvio di una tregua, è un tradimento mortale per lo Stato islamico.

I seguaci del Califfato hanno colpito anche in Giordania prima di Natale ed in Libano è stato catturato Imad Yassin, emiro delle bandiere nere nel grande campo di rifugiati palestinesi di Ain al Hilweh. Più sconfitte subirà il Califfato in prima linea e maggiore sarà il colpo di coda del terrore dall'Europa al Medio Oriente.

Commenti

paolonardi

Mar, 10/01/2017 - 09:02

Sarebbe una speranza che siano veramente i colpi di coda perche' significherebbe la fine del Califfato, se non si tiene conto del fatto che da quando e' iniziato il fenomeno terrorismo islamico c'e' stato un crescendo continuo sia per l'aumento numerico degli invasati che della loro ferocia, degli obbiettivi colpiti e delle vittime. La soluzione ci sarebbe, ma non e' politicamente corretta e non e' in linea con l'etica dei conflitti sebbene i primi a tradirla sono le bestie musulmane.

alberto_his

Mar, 10/01/2017 - 09:36

Sono dubbioso nell'associare l'attacco ai militari israeliani a un'alleanza ISIS-Hamas: mentre lo stato islamico persegue obiettivi congruenti con gli interessi di IL e ne riceve supporto logistico, militare e di intelligence, H mira nominalmente a liberare i territori occupati e a creare uno stato palestinese. Benché sia possibile che un palestinese sia stato cooptato da ISIS per mordere la mano amica in una sorta di ritorsione, la non-rivendicazione di H lascia pensare che l'attentato non sia stato coordinato con l'organizzazione palestinese. Dal punto di vista dell'immagine, poi, il fattaccio non è certamente stato un colpo di genio: ben lo sa Bibi che ha cercato da subito di presentare un presunto legame Isis-Hamas.