Merano provincia dell'Isis «Volevano colpire l'Europa»

Roma Merano, Alto Adige, provincia del Califfato. Ci sono voluti quasi cinque anni di indagini per smantellare «Rawti Shax», un'organizzazione terroristica jihadista internazionale, fondata e diretta dal Mullah Krekar, uno dei 17 nomi (16 curdi e un kosovaro) per i quali la procura di Roma ha chiesto e ottenuto l'arresto. Un tipo, Krekar, che dopo aver fondato a inizio anni 2000 il gruppo terrostico curdo sunnita Ansar al-Islam, già nel 2009, dalla Norvegia, caldeggiava la creazione di un califfato islamico, in largo anticipo pure rispetto ad Abu Bakr al-Baghdadi. E Krekar, pure dal carcere di Kongsvinger dove era finito per le minacce di morte al premier norvegese Erna Solberg, continuava a guidare il suo nuovo network «europeo», Rawti Shax. Che puntava a radicalizzare, potendo contare anche su una vera e propria università telematica della Sharia, i curdi sparsi per il Vecchio continente, per poi reclutarli per la jihad. Riuscendoci: sarebbero almeno 7 i «foreign fighters» che sono andati a combattere in Medio Oriente, e due di loro avrebbero perso la vita in battaglia. Dimostrando che erano davvero «pronti al martirio». Rawti Shax, chiamata anche «Didi Nwe» dai suoi componenti, era un'organizzazione radicata in buona parte dell'Europa, e aveva una importante cellula attiva in Italia. Quest'ultima affidata alle cure di Abdul Rahman Nauroz, referente per il Bel Paese del gruppo (e «vice» del mullah dopo l'arresto di quest'ultimo) la cui casa a Merano era divenuta un «luogo di riunioni segrete e crocevia di aspiranti jihadisti», come spiega il comandante del Ros Giuseppe Governale, che ieri, nell'anniversario della strage di Nassirya, ha definito l'operazione «Jweb» «la più importante in Europa negli ultimi 20 anni». Soprattutto per la collaborazione tra forze di polizia (Gran Bretagna, Norvegia, Finlandia, Germania e Svizzera, con il coordinamente di Eurojust), elogiata anche dal procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti.Rawti Shax dal 2014 aveva scelto di aderire al Califfato islamico dopo aver supportato Al Qaeda, ma secondo quanto emerso dalle indagini non aveva in cantiere attentati contro l'Italia. Nel mirino c'era la Norvegia, «rea» di aver incarcerato il leader, e individuata come obiettivo per ritorsione. Tra quelli che spingevano per un gesto dimostrativo c'era l'«italiano» Abdul Rahman, che «sosteneva - scrive il gip - la necessità di azioni violente quali rapimenti e attentati da compiersi in Europa o in danno di interessi europei e occidentali in Medio Oriente, anche al fine di ottenere il rilascio del mullah Krekar». Rahman aveva già combattuto in Irak per Ansar al Islam prima di approdare a Merano. Dove cercava di non dare nell'occhio, portando avanti la sotterranea opera di proselitismo e, con grande efficacia, quella di reclutamento per la jihad. Lui, come tutti i componenti dell'organizzazione, al telefono parlava poco e niente. I contatti tra cellule si tenevano online. Sulle chat di Paltalk, in stanze create ad hoc per le riunioni a vari livelli, su messaggistiche e social network, ma anche su Skype. Qui gli arrestati speravano di non essere intercettati, e comunque «depistavano», alternando parlato, parole scritte e persino gesti grazie all'uso di webcam. Complicando non poco il lavoro degli inquirenti, ma non abbastanza da sfuggire al controllo. Così gli uomini del Ros hanno potuto registrare, ad aprile 2014, il kosovaro Eldin Hodza che mostra ad Abdul Rahman «le fasi dell'addestramento ottenuto in Siria dall'Isis», vantandosi di avere ucciso una persona, mentre brandisce una pistola ad aria compressa dell'amico «italiano». Attivissimo come agente di viaggi per i connazionali clandestini da far muovere per l'Europa e verso i teatri di conflitto. Scenari oscuri, a meno di un mese dal Giubileo. Ma l'evento che attirerà l'attenzione del mondo su Roma, giurano gli investigatori, non era al centro delle chiacchiere degli aspiranti jihadisti.