Mercati ormai assuefatti dal terrore Sui listini un lunedì senza sussulti

Immobili. Come in un giorno ordinario, incolore, senza sussulti. Come in un lunedì qualsiasi. Neppure la tremenda contabilità cimiteriale parigina, con il suo carico di morti, feriti e odio, ha scosso ieri le Borse. Indici da zero virgola, da Piazza Affari (-0,14%) fino al mercato francese (-0,08%); c'è persino spazio per un rialzo, a Londra (+0,46%). Reazione già vista, la stessa dopo gli attentati a Madrid del marzo 2004 e a Londra nel luglio dell'anno dopo che rimanda a un copione in cui il proverbiale cinismo che circonda il mondo del business c'entra poco o nulla. Semmai, questa è l'assuefazione al terrore, la presa d'atto che con le mani vigliacche che lo alimentano si deve forzatamente convivere. Non c'è più lo stupore atterrente delle Torri Gemelle che si sbriciolano come un grissino, generando un panico incontrollato che accartoccia indici e certezze. Quattordici anni sono un tempo terribilmente lungo che ha sedimentato il mito dello show must go on e sancito che l'umore dei mercati è governato, più che dalle bombe e dai Kalashnikov, da ciò che decidono le banche centrali.Dietro questa reazione asettica, peraltro, c'è anche qualche fondamento economico. L'11 settembre piegò Wall Street per diversi giorni dopo la riapertura, ma i danni a un'America che stava uscendo dalla recessione furono tutto sommato contenuti e decisamente minori rispetto a quelli provocati, in seguito, dal virus dei mutui subprime e dal crac di Lehman Brothers. Certo, nell'immediato rischiano di pagare il prezzo più salato della follia terroristica le compagnie aeree (ieri Air France ha perso il 5,6%), così come è da mettere in conto un calo dei consumi, in particolare quelli legati al lusso per effetto della contrazione delle presenze di turisti provvisti di forte capacità di spesa. Ma si tratta di fenomeni solitamente transitori, destinati a essere riassorbiti non appena viene a decadere l'emotività. È inevitabile che i mercati rimangano concentrati su altri nodi: la frenata della Cina e delle economie emergenti e le decisioni della Federal Reserve in materia di tassi.In ogni caso, è verosimile che la già zoppicante ripresa nell'eurozona possa subire, nel breve termine, il contraccolpo di quanto accaduto venerdì scorso nella capitale francese. Non è quindi da escludere un rallentamento della crescita che andrebbe, tra l'altro, a impattare anche sull'inflazione, raffreddandola ulteriormente. I fatti di sangue di Parigi potrebbero quindi indurre la Bce a rompere ogni indugio nella riunione del 3 dicembre con l'ampliamento (temporale e di entità) del piano di acquisto di titoli. Una possibilità molto concreta che Mario Draghi ha più volte suggerito durante i suoi ultimi interventi. E ai mercati, l'idea di un quantitative easing in formato extra-large non può che far piacere.