Messico, è guerra dei poveri a Tijuana «Fuori i migranti, qui non li vogliamo»

Tremila accampati in città. E Trump fa rinforzare il posto di frontiera

Roberto Fabbri

Guerra tra poveri o strumentalizzazione politica? Una cosa è certa: a Tijuana, la grande città messicana abbarbicata al confine con la California, i migranti marciatori arrivati dall'Honduras e dal Salvador con l'intenzione dichiarata di chiedere asilo negli Stati Uniti non sono popolari. Ieri circa duemila dimostranti con bandiere messicane e cartelli di protesta equamente divisi contro gli indesiderati ospiti e contro «il malgoverno» hanno fatto sentire la loro rumorosa voce in una piazza dominata dal monumento dedicato all'antico capo azteco Cuauhtemòc, al grido ritmato di «Fuori, fuori!».

«Questa gente che si accampa nelle nostre strade non sappiamo chi sia - lamentano i manifestanti - ma abbiamo motivo di temere che tra loro si nascondano banditi e terroristi. Prima che la loro richiesta di asilo sia esaminata dagli americani passeranno mesi, forse un anno: e cosa faranno qui?». La protesta è contro il governo, accusato di «non fare nulla per impedire questa situazione». «E allora faremo da soli - minacciano - controlleremo noi i valichi di frontiera, e se ci sarà da sparare, spareremo».

Sono ormai circa tremila le persone arrivate a Tijuana, ma a Città del Messico stimano che potrebbero presto aumentare fino a diecimila. La tensione tra i residenti cresce con la consapevolezza che le probabilità che questa marea umana sia assorbita dagli Stati Uniti sono molto basse. I funzionari americani alla frontiera hanno ricevuto dai migranti la lista contenente circa tremila nomi, ma ne processano solo un centinaio al giorno, e si tratta solo dell'inizio di una lunga trafila burocratica. Ieri intanto il posto di confine è rimasto chiuso per ore per posizionare blocchi di cemento e reti metalliche.

Quello che sembra davvero mancare - ed è tutto fuorché una sorpresa - è la volontà politica da parte statunitense. Il presidente Donald Trump, intuendo un'opportunità politica da sfruttare, ha fin dal suo inizio scelto di enfatizzare il caso della marcia dei migranti centroamericani, denunciandola come «un'invasione» e trasformandola in un caso nazionale, il che certamente lo ha aiutato a raccogliere un buon risultato alle recenti elezioni di midterm. Anche ieri Trump ha invitato con un tweet i migranti «ad andarsene a casa», ricordando che «stanno creando problemi in Messico» e assicurando che «gli Stati Uniti non resteranno a guardare». Il riferimento è a una dichiarazione - poi parzialmente corretta - del sindaco di Tijuana, che aveva detto che la sua città non avrebbe sopportato migliaia di accampati per sei mesi.

Detto questo, Trump è passato ad altre polemiche, prendendosela con il giornalista dell'odiata Cnn Jim Acosta, al quale la Casa Bianca toglierà nuovamente l'accredito dopo che un giudice glielo aveva fatto restituire. Attacco a testa bassa anche contro l'ex capo delle forze speciali Navy Seals, William McRaven, suo noto oppositore: Trump lo accusato di essere «un simpatizzante di Hillary Clinton e di Barack Obama», e di aver ritardato la cattura di Osama bin Laden.