Metà Tfr in busta Così i lavoratori tornano «liberi»

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S embra che il governo intenda stabilire che metà del Tfr (trattamento di fine rapporto) che le imprese attualmente trattengono per autofinanziarsi, vada trasferito al lavoratore a partire dal 2015 per un triennio (...)

(...) sperimentale. Si tratta di una regola di natura liberale e sociale, vale a dire di economia sociale di mercato, quella in cui ciascuno ha diritto di fare le proprie scelte sia per l'attività privata sia per la tutela sociale disposta dallo Stato. In questo modello c'è la proprietà diffusa, il capitalismo popolare. È l'opposto del modello keynesiano in cui c'è la scissione fra proprietà e il suo controllo: il privato, piccolo risparmiatore, non controlla la gestione del suo risparmio, che è fatta dalla banca o dall'impresa o dal governo. Ma la tesi per cui questa misura serve a stimolare i consumi non la interpreta correttamente. Infatti il lavoratore che riceve questa somma è libero di scegliere se consumarla o risparmiarla e di diritto di scegliere l'investimento bancario, finanziario o assicurativo o in un'impresa di famiglia. Ma quando l'impresa gli verserà la liquidazione, cioè il Tfr, gliene darà solo la metà, perché l'altra la ha già versata. E ciò senza che lo Stato debba dare la differenza. Ciascuno è responsabile delle proprie scelte. Rimane la questione fiscale. Questa somma in quanto anticipo del Tfr va tassata con l'aliquota ridotta nazionale utilizzata per le indennità di Tfr nell'anno di riferimento.