«Mi hai fatto fare cose schifose» Guidi interrogata: io parte lesa

Tre ore e mezza in Procura a Potenza, secretate le dichiarazioni dell'ex ministro. Che ringrazia i magistrati «per avermi fatto chiarire in tempi brevi. Ho risposto a tutto, da persona offesa»

Parla con i magistrati l'ex ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi. Lo fa per tre ore e mezza, negli uffici della Procura di Potenza, senza i riguardi istituzionali riservati quattro giorni fa al ministro Maria Elena Boschi. E le sue dichiarazioni vengono subito secretate dai pm che indagano sulle attività di estrazione del petrolio in Basilicata. Nulla deve trapelare sui retroscena dell'emendamento per sbloccare Tempa Rossa all'origine delle sue dimissioni, anche se la Procura ha escluso indagini specifiche sulla legge di Stabilità.

Dopo quello del ministro per i Rapporti con il Parlamento era il suo l'interrogatorio più atteso, quello più delicato, che da giorni preoccupa il governo, soprattutto dopo le ultime intercettazioni sulle attività del «quartierino romano», capeggiato proprio dall'ex compagno Gianluca Gemelli, che tramava per imporre nomine nell'esecutivo funzionali al comitato d'affari e per far approvare leggi ed emendamenti. La Guidi non si è tirata indietro, neppure davanti alle domande più delicate sul rapporto con colui che all'inizio di questa vicenda considerava a tutti gli effetti suo marito e che lei rassicurava al telefono sull'imminente approvazione di un emendamento «petrolifero» che avrebbe favorito i suoi interessi economici. Come compagna di Gemelli, che è indagato, l'ex ministro avrebbe potuto avvalersi della facoltà di non rispondere a tutte le domande che riguardavano l'imprenditore, presumibilmente le più interessanti dal momento che un intero capitolo dell'ultima informativa della mobile è dedicato ai «contatti utili per comprendere il grado di influenza esercitata da Gemelli nei confronti del ministro Guidi». Invece ha scelto di rispondere a tutto e alla fine è apparsa rasserenata dall'essere uscita «indenne» dal faccia a faccia con i magistrati, quasi temesse che le potesse essere contestato qualcosa, tanto che all'incontro si era presentata con un avvocato, rimasto fuori dalla porta non essendo indagata. Con i giornalisti neppure una parola, per rispettare le esigenze di riservatezza imposte dalla Procura. Solo una breve nota, rilasciata al termine del colloquio: «Vorrei prima di tutti ringraziare i magistrati per avermi dato la possibilità in tempi così brevi di chiarire questa vicenda così spiacevole per me. Ho risposto a tutte le loro domande. Dal punto di vista giuridico ho appreso definitivamente di essere persona offesa». Come dire che se traffico di influenze c'è stato, è stato Gemelli a spendere il suo nome per ottenere dei vantaggi utilizzando il rapporto di familiarità per millantare un peso che in realtà non avrebbe mai avuto. Dalle carte dell'inchiesta emerge come la Guidi sembrasse consapevole del modo in cui il compagno era solito sfruttare a suo favore l'illustre parentela, tanto da arrivare a lamentarsi con lui per quel suo volerla «spremere come un limone» («Mi sono rotta il c.... perché tu in testa (...) vi siete presi questa signorina qua come una da spremere come un limone»). In un'altra telefonata gli dice: «Non fai altro che chiedermi favori...tu siccome stai con me e hai un figlio con me, mi tratti come una sguattera del Guatemala».

Lui, invece, ingrato e sempre più pressante, in un'altra telefonata appariva irritato perché lei non lo aveva informato di aver incontrato al ministero un rappresentante della Tecnimont («...quella stronza non me l'ha detto»). In un'altra occasione è lei ad attaccare il compagno, ironizzando sul suo stile di vita e sui suoi affari: «Tu sei sempre stato quello che ha vissuto le cose in maniera straordinariamente particolare, peccato sempre facendo fare a me delle cose, sopportare a me delle cose straordinariamente schifose».

Con i pm Basentini e Triassi l'ex ministro ha ricostruito l'iter del discusso emendamento, passaggio per passaggio, con l'aiuto di un team di consulenti. E ha preso le distanze dal compagno, come aveva già fatto pubblicamente («È il padre di mio figlio ma non abbiamo mai convissuto). Nella telefonata che le è costata la poltrona - è fin da subito stata la sua difesa - lo informava di un provvedimento parlamentare di rilevante interesse per l'economia nazionale, di cui il premier Matteo Renzi ha anche rivendicato la paternità, all'epoca già noto agli addetti ai lavori.