A Milano la risposta è debole «C'è ancora molto lavoro da fare»

Dal Duomo alle parrocchie della periferia, gruppi di islamici presenti alle funzioni. I sacerdoti: «Passo avanti importante»

Sabrina Cottone

Milano Ai funerali del cardinale Carlo Maria Martini, nel settembre 2012, c'erano tanti esponenti della comunità islamica. Esattamente tre anni dopo, pochi giorni dopo la strage del Batalclàn, l'arcivescovo Angelo Scola riceveva gli esponenti del Forum delle religioni, che si riunisce ogni due mesi e di cui fanno parte anche gli islamici. E poi ci sono gli oratori, con i doposcuola frequentati da migliaia di bimbi musulmani. Anche se Milano non è Assisi, il dialogo ha radici profonde.

Ma nonostante tutto, tra le luci del mattino che filtrano nel Duomo si accende un sentimento nuovo quando al momento del Vangelo l'imam della moschea Maryam di Cascina Gobba, quartiere di integrazione non sempre facile, varca la Porta della Misericordia, accompagnato da due collaboratori, e con loro va a sedersi nelle prime file, nel transetto. Maryam è il nome della moschea e in arabo il nome di Maria, ricordata decine di volte nel Corano come madre di Gesù. Un profeta per i musulmani colui per i cristiani è Dio.

«Ci sono differenze reciproche, ma senza confusioni inutili e salti pericolosi, è stato un momento importante» dice l'arciprete del Duomo, monsignor Gianantonio Borgonovo, dopo aver concelebrato la Messa a cui hanno partecipato gli esponenti dell'Islam. Poco prima dell'omelia, ai fedeli raccolti per la celebrazione delle 11, la più frequentata del giorno, legge dall'altare il messaggio di saluto e cordoglio che i rappresentanti islamici hanno scritto per il barbaro assassinio di padre Jacques. «Non abbiamo fatto una preghiera insieme, abbiamo accolto ospitalmente un imam - spiega Borgonovo -. C'è ancora molto da fare per la reciprocità: se io vado a Medina, non posso entrare in moschea. E alla Mecca non posso visitare la Kaaba. Ma sono passi sulla strada di un dialogo pieno».

Il Duomo è il simbolo, ma non è l'unico. Nella chiesa di Cernusco sul Naviglio è arrivato spontaneamente un gruppo di musulmani. Nella parrocchia di Greco, nella periferia dove vive il Refettorio Ambrosiano, bella e buona mensa per i poveri progettata dall'architetto Michele De Lucchi e decorata da artisti come Mimmo Paladino e Gaetano Pesce, musulmani che non appartengono ad alcun centro islamico, arrivano riuniti dalla Comunità di Sant'Egidio. Altre piccole chiese sparse qua e là. Persone quasi invisibili, che vivono la religione in modo poco rumoroso e diversissimo da quello che semina terrore fin dentro le nostre case. «Ho ricevuto numerosi messaggi e whatsapp, gesti di solidarietà e comunione da amici musulmani» racconta don Giampiero Alberti, collaboratore della Diocesi per i rapporti con l'Islam e sacerdote in Brera, uno dei quartieri «bene» di Milano.

Nella chiesa di santa Maria in Caravaggio di via Brioschi, poco lontano dalla moschea di via Meda, prima della Messa, è arrivata una rappresentanza più ufficiale per l'appuntamento organizzato dal Coreis e dalla Diocesi. L'imam Muhyiddin Bottiglioni del Coreis ha parlato citando Papa Francesco. I fedeli hanno visto Asfa Mahmoud, presidente del consiglio direttivo della comunità islamica di via Padova, esponenti sufi, della comunità somala, della Federazione lombarda. Poi, si sono tutti fermati per la Messa.

Sembra molto e già lo è, in un momento in cui si rotolano via pietre che sembravano inamovibili. Eppure mancano gli imam più duri e un movimento di popolo. «È stato organizzato a fine luglio, d'improvviso. Molti erano via o hanno avuto poco tempo per organizzarsi» risponde Luca Bressan, uno dei vicari della Diocesi. E l'arciprete del Duomo, Borgonovo: «Il popolo ha bisogno di guide, perché i movimenti dal basso sono difficili». Semi di speranza in attesa di crescere.