Pochi vip e qualche cane sciolto, ma la Scala non stecca la prima

La Turandot (e la voglia di reagire) fanno ritornare l'entusiasmo

In fondo il fracasso dei Black bloc è stato nient'altro che una stecca nella giornata inaugurale dell'Expo. Loro spariranno, resta una città che sale. Più bella, più nuova. La violenza di strada degli estremisti NoExpo non è riuscita a infrangere la serata della Prima alla Scala, per quanto tutti, seguendo ciò che si rappresentava dentro, erano preoccupati per quanto successo fuori.

Fuori, c'era tutto ciò che «fa» la tradizionale Prima da 7 dicembre: disordini pre-spettacolo, piazza Scala e una allargata zona off-limits presidiata da Polizia e Carabinieri, tutte le vie di accesso bloccate dai blindati, l' entrée «nell'ora più sfolgorante del tramonto» del gran pubblico: politici, dame, splendide toilettes, gli appassionati d'opera. Dentro, in un clima sottotono per una Prima che va in scena al termine di una giornata infinita, con agenti in borghese fino nel foyer, il sovraintendente al debutto Alexander Pereira, con moglie in gran forma, accoglie gli ospiti: istituzioni, imprenditori, pochissimi nomi della Cultura, persino il ministro Franceschini sfila via a passo di corsa. Perché non ci sono gli architetti, i designer, gli artisti che hanno pensato e costruito la Milano dell'Expo? Persino sul taccuino del gossip il nome più appetibile è quello della solita Gabriella Dompè... Ecco l'ex presidente Napolitano, in platea con moglie e scorta, ecco qualche poltrona più in là un altro ex eccellente, Ferruccio De Bortoli, ecco Mario Monti (in ultima fila), ecco Corrado Passera, sempre attaccato a un giornalista... Ci sono tutti, ma non c'è nessuno: nel Palco Reale manca Mattarella, non c'è un Capo di Stato straniero, c'è solo Matteo Renzi, impettitissimo, che lo riempie da solo. Accompagnato da moglie e figlia è il più applaudito.

Silenzio, tutti in piedi, c'è l'inno. È il debutto di Riccardo Chailly in veste di direttore musicale della Scala. Poi, la fiaba ha inizio. ...apparire la vedrà, bianca al pari della giada, fredda come quella spada è la bella Turandot! ... Lo spettacolo è imponente, la regia d'impatto, la compagnia di canto ottima, i tre ministri Ping, Pang e Pong, raffigurati come clown con bombetta per far da contrappeso alla brutalità della storia, al pubblico piacciono moltissimo, e i costumi sono persino apprezzati, fra un atto e l'altro, da Armani.

La vicenda è antica, ambientata a Pechino «al tempo delle favole», ma ovviamente parla di cose di sempre, anche di oggi: il potere, la morte, i segreti del cuore, l'amore che «sgela» l'odio e vince tutto: egoismi, violenze, paure. Sarà #lavoltabuona?

Dentro, i tristi figuri del coro, in spolverini neri e facce coperte, fanno pensare là fuori ai Black bloc. Sul palco la bella Turandot taglia le teste, mentre i mandarini tramano. Nel foyer rampanti finanzieri cinesi chiacchierano con gli imprenditori italiani e Monti sorride con Letta. Si guarda dentro pensando al fuori .

Il secondo atto si divide in due quadri. Sul palco il Principe Ignoto risolve i tre enigmi che lo separano da Turandot; fuori un gruppo di cani sciolti NoExpo punta verso il teatro. La Polizia serra i ranghi, il sindaco Pisapia lascia il palco e col Prefetto di Milano esce in strada. Poi tutto rientra. Resta la tensione.

Il Nessun dorma è da brividi. Intanto, in città, già da mezzanotte i mezzi del Comune e tanti cittadini stanno ripulendo le strade. Non si dorme. Si crede che le favole parlino di chissà cosa, e invece.

La speranza vince tutto, e l'amore scioglie la nera Turandot. Mentre in scena spunta l'alba, fuori si dissolvono gli ultimi fuochi di violenza. Il finale scelto da Berio per l'opera incompiuta di Puccini è perfetto. L'applauso della Scala, liberatorio, dura undici meritatissimi minuti. «È andata». Dentro tutti entusiasti. E fuori i Black bloc non ci sono più.