Minacce di morte a chiunque si chiami Lubitz. Dai Pacciani alla figlia di Goering: le colpe dei cattivi ricadono sui familiari

Una preghiera per la famiglia di Andreas Lubitz, il presunto mostro alato della Germanwings che ha portato a morire con sé 149 sventurati. Una preghiera per il padre e la madre di Andreas, perché sopportino l'atroce dolore di essere stati sferzati dal destino due volte: la prima come genitori che hanno perso un figlio; la seconda come genitori dell'assassino, di colui che ha provocato la strage. E che ora, per sottrarli alla rabbia, al furore dei familiari delle vittime innocenti di quel volo maledetto, sono stati condotti in un «luogo protetto». Lontano da quelli che ora telefonano a tutti i Lubitz del circondario di Montabaur, in Renania (Andreas era di lì) minacciandoli di morte.

Una preghiera per loro, e per tutti gli sventurati, i padri, le madri, i fratelli e le sorelle di altri «mostri», veri e presunti, che abbiamo conosciuto nel recente passato. Uomini e donne incolpevoli, già schiantati dal destino, sui quali si scatena l'irrazionale (e pur molto umana) voglia di vendetta di chi ha perso un familiare, di chi giudica insopportabile la loro presenza nel consorzio umano. Uomini e donne crudelmente bollati da un immeritato marchio d'infamia, costretti a vivere sottotraccia, a occhi bassi, sperando solo di «sparire» per sempre agli occhi degli altri. Con la vergogna, la paura, l'umiliazione patita solo per essere «i parenti di» che si aggiungono al dolore di aver partorito, o di essere cresciuti accanto a uno sconosciuto, a un essere moralmente deforme e abbietto, escrescenza malata di una famiglia che per sempre dovrà fare i conti con uno spaventoso, irrimediabile senso di colpa. Segnati a dito, irrisi, costretti talvolta a cambiare nome, ma sempre in preda all'angoscia di essere scoperti; talvolta persuasi che la colpa di un famigliare, per una oscura, ingiusta proprietà transitiva, possa riverberare sugli altri componenti della famiglia.

Viene in mente l'impudente sorriso dell'ingegner Josef Fritzl, che nella cittadina austriaca di Amstetten, si scoprì nell'aprile del 2008, aveva tenuto sequestrata per 24 anni, in un bunker sotto casa, la figlia Elisabeth, abusandone fino a farla partorire sette volte. Che ne è stato della moglie Rosemarie, degli altri figli, che per settimane rinunciarono persino a uscire di casa per non incrociare lo sguardo dei vicini?

Chi ha mai saputo dei familiari di Pietro Pacciani, il «mostro di Firenze» accusato di sette degli otto duplici omicidi attribuiti al maniaco delle coppiette? Condannato all'ergastolo, assolto in appello, morì nel 1998. Ma quindici anni dopo, quando al cimitero di Mercatale ne riesumarono la salma, nessun parente si presentò. Anche lì, la vergogna di essere segnati a dito; il sospetto che una bava di colpa, sospetto inestirpabile negli altri, potesse ancora lordarli.

Mi è rimasto impresso il volto di Bettina Goering, pronipote del braccio destro di Hitler. Di lei, cinque anni fa, circolarono immagini che la ritraevano in Arizona, o in Colorado, non ricordo. Appariva sorridente, distesa, in quelle foto americane, Bettina. Una maschera dietro la quale si nascondeva il dramma di una donna che trent'anni prima aveva deciso di farsi sterilizzare per il timore di generare un «mostro» che portasse nel mondo il Dna dello zio Herman, il maresciallo del Reich che diede il via alla «soluzione finale» degli ebrei . Un'ossessione condivisa dal fratello, anche lui affidatosi ai medici per essere sicuro di non procreare. Come se nel loro Dna ci fosse una sorta di malvagio «destino necessario» che punta a compiersi saltando magari qualche generazione.

Pietà per i Lubitz, dunque. E per tutti i Lubitz che li hanno preceduti. Loro non c'entrano.