La minaccia della sentenza anti Berlusconi

Il voto sulla riforma della scuola dimostra che Matteo Renzi non riesce a contenere i dissidenti interni. Questi ultimi, ringalluzziti dal referendum greco che dimostra come alla sinistra del Pd renziano ci sia uno spazio politico niente affatto ridotto ma addirittura in espansione, non solo non si dividono e disperdono ma appaiono più compatti e decisi che mai. Alla Camera questa dissidenza è ininfluente. Ma al Senato è destinata a diventare decisiva. Al punto da costringere il premier o a rinunciare al blitz sulla riforma di Palazzo Madama e sull'Italicum accettando un accordo con Berlusconi per il Senato elettivo e il premio di maggioranza alla coalizione invece che alla lista, o a cercare di favorire la nascita di un gruppo di «responsabili» proveniente da Forza Italia e dal gruppo misto talmente ampio da bilanciare il peso negativo dei dissidenti del Pd.

L'ipotesi del «Nazareno bis» riveduto e corretto è ancora tutta da verificare. Quella della (...)

(...) nascita del «gruppo responsabile» che nasce per assicurare a Renzi la maggioranza necessaria a evitare la fine anticipata della legislatura è invece già avviata. Sulla sua strada, però, è venuta a cadere una slavina inattesa che rischia di bloccare sul nascere l'operazione il cui artefice principale dovrebbe essere Denis Verdini.

La slavina in questione è la sentenza ad personam contro Berlusconi emessa dal Tribunale di Napoli per la cosiddetta compravendita di senatori che secondo la bizzarra ricostruzione storica compiuta dalla Procura avrebbe portato alla caduta del governo Prodi nel 2008.

I frettolosi e i superficiali si sono limitati a considerare la sentenza in questione o come l'ennesimo atto di persecuzione contro il Cavaliere o come la giusta punizione ai danni dell'Uomo Nero della politica italiana degli ultimi vent'anni. In realtà, la sentenza di rito napoletano costituisce un'abrogazione di fatto dell'articolo 68 della Costituzione, quello che stabilisce l'insindacabilità del voto parlamentare. E, in quanto tale, diventa un precedente giuridico dalle conseguenze politiche del tutto incontrollabili.

Nelle passate legislature i «responsabili» usavano la loro «responsabilità» per assicurarsi lo stipendio di parlamentare fino al termine della legislatura. Qualcuno otteneva dal beneficiario della «responsabilità» la promessa di una candidatura sicura nelle elezioni successive e qualche altro un posto da sottosegretario o da viceministro.

Nessuno dubita che i prossimi «responsabili» possano ottenere gli stessi risultati. Di sicuro la prosecuzione dello stipendio fino al 2018. Probabilmente anche le candidature, cioè la promessa di benefici economici per il futuro, e qualche premio governativo per i più attivi e ambiziosi.

Ma se tutto questo avviene dopo l'abrogazione di fatto dell'articolo 68 della Costituzione compiuta dai magistrati napoletani, come impedire che l'obbligatorietà dell'azione penale non spinga qualche pubblico ministero a inquisire i «salvatori» di Renzi e Renzi stesso con lo stesso rigore usato nei confronti del Cavaliere?

Ipotesi astratta? Niente affatto. Al contrario, perché il precedente napoletano apre una prospettiva ancora più inquietante. Quella di potere sottoporre a giudizio l'intera azione della politica. A partire dalla formazione di un qualsiasi governo di coalizione, come sempre fondato sulla distribuzione di cariche governative che producono benefici economici sulla base dei rapporti di forza tra i partiti e le diverse componenti.

Chi gioisce per la condanna di Berlusconi dovrebbe, quindi, incominciare a riflettere. La campana della giustizia distorta non suona mai per una sola persona ma, sempre e comunque, per tutti.