La minoranza Pd si arma per giustizia e articolo 18

Gli avversari di Renzi sulle barricate a difesa delle toghe rosse e del totem di Cgil e Fiom, pronte allo sciopero. Ma già oggi si vota l'emendamento sul nuovo contratto di lavoro

Non tutto il male vien per nuocere. Il deciso assalto lanciato da Matteo Renzi all'eterno totem dell'articolo 18 regala se non altro alla malconcia sinistra Pd una bandiera dietro cui raccogliersi. Ieri il governo ha iniziato a concretizzare l'operazione, con un emendamento al Jobs Act che è all'esame di commissione in Senato e che prevede per le nuove assunzioni il contratto a tutele crescenti. Aprendo di fatto la strada al superamento dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sui licenziamenti senza giusta causa. L'emendamento, che verrà votato oggi, introduce di fatto anche la possibilità del demansionamento del lavoratore in caso di necessità dell'azienda.

La bandiera dell'articolo 18 sarà pure un po' sbrindellata e sempre più minoritaria (ieri il sondaggio in diretta su Sky vedeva i sì all'abolizione dell'articolo 18 al 60%, i no al 40%), ma sempre meglio della bandiera bianca che si rischiava di dover issare nel Pd renziano. Così i vari Fassina, Damiano, D'Attorre, Civati e compagnia vanno alla guerra sul fronte lavoro, cercando di far sponda con la Cgil che minaccia - forse, pare - uno sciopero; mentre un piccolo manipolo di resistenti (per lo più magistrati militanti prestati alla politica, tipo Felice Casson) attaccano sul fronte giustizia, ormai sempre più sguarnito: «Negli ultimi anni abbiamo ecceduto in giustizialismo», si defila con decisione Matteo Orfini, che oltre a essere presidente del Pd è anche capo dei Giovani turchi.

E c'è anche chi riflette sugli sbocchi da dare a questa battaglia: per il 4 ottobre, a Roma, Sel sta organizzando una kermesse sul tema «Rilanciare la sinistra», la cui star sarà il capo della Fiom Maurizio Landini. Parteciperà anche Pippo Civati, che da tempo flirta con Nichi Vendola, ma c'è chi spera di coinvolgere anche i più decisi oppositori di Renzi nel Pd, incentrando tutto sulla parola d'ordine «giù le mani dall'articolo 18». Non che i vendoliani credano veramente in una scissione alle porte, pur sperandoci: «La sofferenza della sinistra Pd è sempre più forte - spiega Nicola Fratoianni - ma quale possa essere il punto di caduta è difficile dirlo, per ora non sono prevedibili uscite». L'unica speranza è Civati, che qualche giorno fa ha ammesso a mezza bocca di guardare con interesse a Sel, ma per ora quasi nessuno, neppure Corradino Mineo, sembra disponibile a seguirlo. A trattenerli c'è la semplice constatazione che - per dirla con Nanni Moretti - ci si fa notare di più a fare la fronda interna a Renzi che a metter su un partito in proprio. Anche perché sanno che a Matteo Renzi non dispiacerebbe granché far la parte del cancelliere Spd Schroeder, che preferì subire la scissione di Lafontaine piuttosto che cedere sulle riforme. Insomma, a frenare la sinistra Pd c'è anche il timore di fare l'ennesimo favore al premier. «Dobbiamo continuare a lavorare nel Pd per affermare le nostre posizioni», replicava giorni fa Gianni Cuperlo a chi lo sollecitava a mollare il Pd alla sua «deriva renziana» per rifare la sinistra.

Così la minoranza Pd cerca di organizzare la resistenza sul tema lavoro, e di uscire dalla trappola in cui si è incautamente cacciata accettando di entrare in segreteria, e quindi - tecnicamente - in maggioranza. Ci si arrampica sugli specchi, spiegando che si tratta di una «segreteria plurale e non unitaria» (Cuperlo, Zoggia), sottile distinzione nominalistica che le masse difficilmente apprezzeranno. E si ammette che Renzi li ha fregati un'altra volta: «Ha deciso lui chi mettere dei nostri e in che posti, negando le deleghe di peso». Martedì si riunirà l'area bersanian-dalemiana, per studiare le mosse. Torna in campo anche Bersani, che denuncia: «Non si era mai sentito un premier dire che interverrà per decreto sull'articolo 18, è una tecnica opinabile». «Di certo», spiega D'Attorre, «non daremo deleghe in bianco al governo per abolizioni surrettizie dell'articolo 18». E rivendica: «Abbiamo chiesto e ottenuto da Renzi una direzione ad hoc sul Lavoro».

Che si tratti di un'idea furba è dubbio: il premier ha volentieri concesso la riunione, pregustando l'«ampio dibattito» al termine del quale farà votare a larga maggioranza la sua linea, da cui non intende deflettere. «Anche volendo, e non vuole - dice uno dei suoi - non potrebbe farlo: è l'unico messaggio chiaro e deciso che possiamo dare subito alla Ue». E non sarà certo la Camusso che annuncia lo sciopero, o tanto meno il niet di Fassina a farlo deflettere.