La minoranza Pd si tira indietro E perde sul campo Speranza

Altro che cento democratici pronti al «no» sull'Italicum: i frondisti non partecipano all'assemblea per evitare la conta e sfasciarsi. Il capogruppo vicino a Bersani si dimette

«Ora vengono a chiederci di non votare? Fanno veramente ridere». I commenti di Matteo Renzi ai disperati tentativi della minoranza Pd di evitare la conta sull'Italicum, subito prima della assemblea del gruppo Pd di ieri sera, non erano esattamente improntati alla benevolenza. Dunque il voto lo ha chiesto, la minoranza ha deciso di non partecipare e non farsi contare e il capogruppo Speranza ha «rimesso il suo mandato» nelle mani del segretario (verrà convocata una nuova assemblea per discutere le dimissioni): «Sarò leale al mio gruppo e al mio partito, ma voglio essere altrettanto leale alle mie convinzioni profonde. Non cambiare la legge elettorale è un errore molto grave», le parole del capogruppo dimissionario.

D'altronde il segretario-premier ha le sue ragioni: da giorni, i bersaniani vanno tuonando in giro che vogliono il redde rationem e sono pronti allo scontro finale e al no «senza se e senza ma» alle riforme renziane, tomba della democrazia e fonte di ogni male. E vanno spiegando ai giornalisti che sarebbero «almeno cento» i deputati pronti a schierarsi sulla linea di opposizione interna. Peccato che le cose non stiano così, e che - conti alla mano - i capifila della minoranza Pd si siano resi conto che i parlamentari davvero disposti a votare contro il premier, sia pur in una sede interna come l'assemblea di gruppo erano molti meno. Al momento del voto, dunque, la minoranza Pd rischiava di implodere in diversi pezzi, alcuni dei quali direttamente a favore del premier. Di qui, ieri, il repentino dietro front dei poveri frondisti democrat e l'inizio di un mesto pellegrinaggio a Palazzo Chigi per implorare Renzi di non mettere in votazione nulla nella riunione notturna di ieri. «Aspettiamo, vediamo, siamo ancora solo ad aprile e la strada di qui al voto finale dell'Italicum è ancora lunga, perché scontrarci e rischiare di dividerci ora?», è stato ad esempio il sofferto ragionamento che è andato a fargli Gianni Cuperlo. Renzi però si è spazientito: ma come, tutti questi proclami di guerra e annunci di «hic Rhodus hic salta» e poi non reggono neppure una conta in assemblea. «Ne usciamo non male, malissimo», gemeva una parlamentare della minoranza Pd prendendosi un aperitivo alla buvette di Montecitorio con dei colleghi subito prima del conclave. Tutta colpa - ragionano in molti nella sinistra Pd - di chi, come Pier Luigi Bersani, ha voluto drammatizzare al massimo lo scontro per recuperare un suo protagonismo anti-Renzi. Senza rendersi conto che sono in pochi a seguirlo e a volersi immolare per la fallita «Ditta». L'ex segretario ieri è intervenuto nell'assemblea, spiegando le ragioni della sua opposizione alla legge elettorale: «Qui non c'è una questione di coscienza, né di disciplina di partito. Il problema è che con l'Italicum si va verso l'investitura di un uomo solo al comando. Se si va avanti così io non ci sto». Come pensa di ovviare al drammatico problema Bersani? Con un recupero dei bei tempi dell'Unione prodiana e delle altre scombiccherate coalizioni: «Il premio di maggioranza non va dato ad un partito, ma ad una coalizione elettorale», questo il baluardo democratico individuato dall'ex leader. Più problematica la posizione di Roberto Speranza, il capogruppo ed esponente della minoranza che ieri sera ha offerto le sue dimissioni. Ma che, secondo varie fonti Pd, sarebbe uno dei fan dell'ipotesi del voto di fiducia sull'Italicum: un voto che risolverebbe per magia i problemi del grosso della minoranza Pd, salvando capra e cavoli: a quel punto sarebbero obbligati a votare sì per non far saltare il governo, e si salverebbero la coscienza. Renzi eviterebbe gli agguati a voto segreto, e però dovrebbe beccarsi la rivolta delle opposizioni contro il «colpo di mano». Ragion per cui il premier, che pure usa lo spauracchio della fiducia per rimettere in riga i suoi, non ha alcuna voglia di metterla davvero: «Tanto i numeri li ho lo stesso».