Misericordina o liquidismo? Ecco l'italiano dei giornali

La Treccani pubblica un dizionario dei neologismi La maggior parte nasce dalla creatività dei media

La lingua italiana non è una cosa morta, statica. Fortunatamente la nostra è una lingua viva, che cambia nel tempo e si arricchisce. Come? Nel passato pescando dai dialetti, l'humus su cui è cresciuta la parlata nazionale o grazie alle invenzioni degli scrittori (Dante era un grandissimo creatore di neologismi).

Oggi, parola della Treccani, i maggiori creatori di lemmi nuovi sono i giornalisti. Negli ultimi dieci anni avrebbero creato 3mila e cinquecento espressioni nuove. Sotto la direzione scientifica di Giovanni Adamo e Valeria Della Valle l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana ha raccolto e catalogato tutte queste espressioni comparse sulle testate cartacee e online. Le troverete tutte nel dizionario Neologismi. Parole nuove dai giornali 2008-2018.

Un folto gruppo di termini sono in realtà espressioni d'autore. Per citarne qualcuna c'è l'«asinocrazia» partorita dalla fervida mente del politologo Giovanni Sartori (1924-2007), oppure «Guerrasantista» uscito dalla penna di Guido Ceronetti. Ma sono i giornalisti, stricto sensu, che hanno inventato il maggior numero di parole. C'è il «barcamenista» del critico televisivo Aldo Grasso; la «complottocrazia», oppure la «dichiarazionite» coniata da Pierluigi Battista.

Ovviamente, parlando i quotidiani molto di politica, va segnalato che sono i composti con il suffisso «crazia» a farla da padrona in questo geminare di lemmi. Se come dicevamo ha iniziato Sartori, con il governo degli asini non si può dimenticare la «zerbinocrazia» che per Massimo Gramellini identifica la società dei nostri giorni. E nemmeno la «maggiordomocrazia» e la «mignottocrazia» scaturite dalla penna di Paolo Guzzanti.

Esistono poi un sacco di espressioni più comuni, magari senza un padre nobile, che si sono affermate con l'uso e che, pian piano, hanno iniziato a comparire in sempre più articoli. E qui il fenomeno è un po' più preoccupante perché non si tratta più di creatività alla Gianni Brera (1919-1992) la cui onomaturgia giornalistica era straordinaria (da «contropiede» a «uccellare»). Spiegano i due autori del volume, infatti, che si sono trovati «a verificare un preoccupante aumento delle parole presenti nei quotidiani provenienti da altri idiomi: il materiale raccolto documenta che i forestierismi - nella quasi totalità di provenienza angloamericana - costituiscono il 20% della produzione neologica rilevata nei quotidiani (a fronte di poco più del 10% riscontrato nel dizionario pubblicato nel 2008)». Insomma brutti calchi da altre lingue di cui si potrebbe fare a meno. Quasi meglio i neologismi creati da Papa Bergoglio: «balconare», «giocattolizzare», «mafiarsi» e «nostalgiare». Il pontefice scherzando ha anche cercato di curare i fedeli con «la misericordina».

Di misericordia ne ha poca il tempo. E solo lui ci dirà quante di queste parole sopravviveranno. Di certo qualcuna sì, ma chissà quali...

Commenti
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direttoreemilio

Lun, 07/01/2019 - 11:51

>>Insomma brutti calchi da altre lingue di cui si potrebbe fare a meno>> Fatevi scolari bravi e smettetela di usare il nomignolo"premier" per il ministro del consiglio. Siete stati voi de il giornale a usare sto termine per la prima volta per far bello quello che mai bello fú Silvio B.

fifaus

Mar, 08/01/2019 - 09:19

Il problema non è solo l'uso della parola premier, il problema è l'idiozia sessantottina, passata da una generazione all'altra