Un misero giro di valzer con le salme dei due italiani

I corpi di Failla e Piano erano attesi ieri sera a Roma, ma all'ultimo momento il governo di Tripoli ha addotto una «procedura legale» per trattenerli ancora

N el mirino del terrorismo anche da morti. Le rivelazioni del ministro degli Esteri libico, Ali Ramadan Abuzaakouk, non lasciano spazio ad altre interpretazioni. Il trasporto aereo delle salme di Fausto Piano e Salvatore Failla, i due tecnici della Bonatti barbaramente uccisi il 3 marzo, era a rischio attentati. «Si è reso necessario un piano per rendere gli spostamenti sicuri da eventuali attacchi jihadisti», ha raccontato il ministro. I corpi dei due ex ostaggi erano attesi già ieri a Roma ma in serata è arrivato un nuovo sgradevole rinvio. «Le salme non lasceranno Tripoli stasera, deve essere rispettata una procedura legale», ha detto ieri un portavoce del governo insediato nella capitale libica. Rimangiata quindi la parola data all'Italia. Se non ci saranno nuovi rinvii e ulteriori fantomatici «problemi», le salme arriveranno a Roma nel pomeriggio-serata di oggi con un volo speciale proveniente da Tripoli dopo un trasferimento in elicottero da Sabrata per poi raggiungere il Policlinico Gemelli per l'autopsia affidata al professore Vincenzo Pascali. Della terribile vicenda dei quattro italiani ha parlato ieri uno dei due sopravvissuti, Filippo Calcagno, intervenuto nel corso della trasmissione Agorà di Rai3. Il tecnico della Bonatti, liberato assieme al collega Gino Pollicardo, ha raccontato di aver vissuto in Libia «un periodo tranquillo dal 2008 fino a quando è scoppiata la rivoluzione del 2011. Mi vergogno perché io sono tornato a casa con la mia famiglia, noi siamo tutti felici, ma vedere loro in quelle condizioni mi strazia il cuore. Noi quattro eravamo diventati come fratelli. In quegli otto mesi di prigionia ci siamo raccontati tutto». L'altro tema caldo riguarda l'intervento militare. Non sarà un videogioco come sostiene Matteo Renzi, ma la missione è tutt'altro che un pensiero astratto e in molti più che al joystick stanno davvero mettendo mano alla fondina. Il Pentagono ha redatto un piano per aprire la strada a un intervento di terra delle milizie libiche sostenute dall'Occidente. Le opzioni sottoposte alla Casa Bianca, riferisce il Nyt, prevedono raid aerei contro una quarantina di obiettivi dell'Isis, tra cui campi di addestramento, centri di comando e depositi di munizioni in modo da colpire in profondità le capacità di reazione degli uomini di Al Baghdadi in Libia. Tutto questo assieme agli alleati italiani, francesi e britannici, come per altro confermato ieri dall'ambasciatore americano a Roma, John Philips. Parlando alla scuola di giornalismo dell'Università di Salerno, il diplomatico ha ribadito il lavoro «in stretta connessione con l'Italia per una soluzione di lunga prospettiva». Al tempo stesso Philips ha criticato l'intervento che ha portato alla fine di Gheddafi: «Fu la Francia a spingere per la sua caduta, non gli Stati Uniti. L'operazione non era stata preparata adeguatamente». Anche il presidente egiziano Al Sisi è entrato nel campo di battaglia, escludendo un intervento preventivo in Libia, ma avvisando, dopo aver reso nota una campagna di esercitazioni militari congiunte con la Francia, che «l'Egitto si difenderà se qualcuno proverà ad avvicinarsi ai suoi confini occidentali». E a proposito di confini la situazione continua a essere tesa a Ben Guerdane, città frontaliera tra Libia e Tunisia dove lunedì sono morte oltre 50 persone in una battaglia. Ieri mattina nuovi scontri tra truppe tunisine e miliziani jihadisti, anche se il governo di Tunisi parla di «situazione gestibile» e di «nessun sfondamento».