Mister Candy non ha paura: «Fra sei mesi si può ripartire»

L'ad del gruppo è sicuro: «Non sarà una grande crisi La sterlina debole? Prezzi più salati per gli inglesi»

Paolo Stefanato

Sede Brugherio, nel cuore della Brianza, proprietà strettamente familiare: ma Candy, celebre per le sue lavatrici, è una multinazionale e ha proprio in Gran Bretagna il suo primo mercato. Ciò è il frutto dell'acquisizione, nel 1995, della Hoover (aspirapolvere), poi integrata nel gruppo. Il mercato italiano è (solo) il terzo, il secondo è la Francia. In Gran Bretagna Candy è terza negli elettrodomestici bianchi, seconda negli aspirapolvere. Ed è esposta alla Brexit proprio adesso che le vendite, a Londra, crescevano del 25%, più di tutti gli altri mercati.

Preoccupato? chiediamo all'ad Beppe Fumagalli, esponente della terza generazione insieme al fratello Aldo (presidente) e ai cugini Silvano e Maurizio. «Non troppo - risponde -. Non sarà una grande crisi. Bisognerà stringere i denti per tre-sei mesi, poi tutto sarà riassorbito in nuovi equilibri. Quanto a noi, la crescita continuerà, anche se con qualche rallentamento».

Qual è l'aspetto più negativo?

«La svalutazione della sterlina. Le nostre società inglesi acquistano dalle fabbriche in euro, quindi dovranno aumentare i prezzi. Ma tutti i concorrenti si troveranno nelle stesse condizioni e nella competizione saremo allineati. Ci rimetterà il consumatore inglese».

Voi producete in Gran Bretagna?

«Non più. Gli stabilimenti della Hoover sono stati progressivamente chiusi e la produzione spostata verso Est; abbiamo 450 dipendenti commerciali. Da tempo il Paese non è più manifatturiero, indirizzato verso il terziario e la finanza».

Da industriale, come giudica questo assetto?

«Una debolezza. Un Paese deve avere dei fondamentali. Ma è una scelta ormai datata. Piuttosto...»

Piuttosto?

«Londra da oggi non è più la capitale europea della finanza. Questo è il danno più grave».

Vede un possibile contagio negli altri Paesi?

«Non direi. È evidente l'indebolimento dei titoli finanziari; l'Europa, che stava rivedendo una modesta crescita, rallenterà per qualche tempo. Ma si tratta di una crisi più politica che economica, nata dalle tensioni interne di un partito, con irresponsabilità gigantesche. Spero che i governi europei capiscano che cosa dev'essere corretto nell'Unione perché funzioni meglio. Confido che questo choc porti un'accelerazione positiva».

La banche italiane sono sotto tiro?

«A differenza di tanti, io credo nel nostro sistema bancario e nella sua solidità. È chiaro che i tassi negativi penalizzano i margini. Ci saranno altre aggregazioni. Lo Stato deve difendere con autorevolezza l'autonomia degli istituti e fare un buon lavoro di sorveglianza e di controllo».

Immagino che oggi sia contento se Candy non è quotata in Borsa. Con un miliardo di ricavi ne avrebbe pieno titolo.

«Certo! La Borsa in questo momento è sottoposta a una forte volatilità, che si può trasformare in vulnerabilità per le aziende».

Voi siete tra i soci storici di Mediobanca.

«Sì, abbiamo uno 0,8% da 20 anni. È un buon rapporto con un istituto che è sempre stato il crocevia di tanti interessi».

Mediobanca è impegnata anche sui nuovi assetti di Rcs. Che cosa ne pensa?

«Premetto che non conosco bene l'argomento. Ma preferisco imprenditori del settore alla guida di aziende dell'informazione, in una logica di creazione del valore. Urbano Cairo ha ottime capacità e potrà far bene, ma non so dire se vincerà».