"Mister Wolf" lascia la poltrona di Acea. L'affanno degli "onesti" per isolare il virus

Di Maio ottiene le sue dimissioni. Inviato a Roma per tutelare la Raggi

l presidente di Acea Luca Lanzalone e il soprintendente di Roma Francesco Prosperetti

Roma - C'è uno snodo cruciale nella vicenda di Luca Lanzalone, il consulente del Comune di Roma che ieri ha rassegnato le sue dimissioni dalla presidenza dell'Acea, dopo che anche il ministro suo mentore, Luigi Di Maio, gliele aveva perentoriamente richieste. «Una persona ai domiciliari non può restare in quella carica, mi aspetto che si dimetta», ha detto il ministro Di Maio alla radio, scivolando però sulla modalità della nomina del manager all'Acea. «Lanzalone è colui che ci aveva aiutato a sanare la questione rifiuti di Livorno, e in quella dello stadio a ridurre le cubature di cemento del progetto originario... Per questo è stato premiato e gli è stata data la presidenza dell'Acea...».

Visione che alimentato polemiche e sospetti, nonché i dubbi sulla concezione pericolosamente «privatistica» che i Cinquestelle si portano dietro fin dalla nascita. A pensarci bene, è proprio questo un punto che rappresenta un madornale errore di valutazione di Lanzalone e di chi l'ha voluto nella Capitale. Svolgere il ruolo di «consulente a titolo gratuito» per lo stadio della Roma, dunque in una forma «privata», all'apparenza incontrollabile, insindacabile, inattaccabile, gli ha fatto ritenere di essere assurto a una sorta di status di «benefattore dalle mani libere». Ma tanto i Pm quanto il Gip dell'inchiesta hanno ritenuto viceversa che tale ruolo non lo esimeva da rappresentare de facto un «pubblico ufficiale» e perciò soggetto alla possibile ipotesi di reato di corruzione.

La traballante posizione giudiziaria dell'avvocato ligure ora è al vaglio degli inquirenti come, dal punto di vista politico, le responsabilità dei vertici che lo hanno voluto a Roma. Roberta Lombardi, il cui nome è ricorso nelle intercettazioni come vittima di «pressioni» mai giunte a compimento, lo ha detto nella maniera più chiara per lei possibile: «A portare Lanzalone è stato il gruppo che si occupava degli enti locali». Vale a dire la «troika» che ha commissariato la sindaca Virginia Raggi dopo il primo, claudicante inizio al Campidoglio: Di Maio, Fraccaro e l'attuale guardasigilli, Adriano Bonafede, divenuto «uomo chiave» in quanto legato a Lanzalone da rapporti di amicizia non si sa ancora quanto stretti. Al punto che il gruppo senatoriale del Pd ha chiesto alla presidente Elisabetta Casellati di convocare in aula al più presto il ministro della Giustizia, «a seguito degli inquietanti sviluppi del caso che riguardano lo stadio di Roma e l'ascesa del manager Lanzalone, affinché chiarisca la sua posizione e le sue relazioni in una vicenda dai contorni torbidi», come ha dichiarato con gran soddisfazione il capogruppo Marcucci. Pure il deputato pidino Ettore Rosato è partito all'attacco dei grillini, per quei pericolosi «legami di Lanzalone che arrivano fino a Casaleggio, con cui Lanzalone cenò la sera prima dell'arresto».

Così, mentre la Raggi sembra ancora una volta imbambolata rispetto al da farsi, a levarsi imperiosa è la voce del senatore Elio Lannutti (M5S) che chiede «nessuna indulgenza contro gli infiltrati» e che perciò Lanzalone, «mai caldeggiato da Beppe Grillo e Casaleggio, vada in galera, altro che ai domiciliari!».

Commenti

Mefisto

Ven, 15/06/2018 - 09:23

Mi sa che se Lanzalone parla, altro che tangentopoli...