Da "Ho visto un re" al grammelot: un'iocona di teatro, tv e varietà

Ha cambiato l'intero mondo dello spettacolo. Fu anche pittore

Ci sono quattro immagini del drammaturgo, attore, regista, scrittore, autore, pittore, scenografo Dario Fo, scomparso ieri a Milano, all'ospedale Sacco dove era ricoverato da giorni per una patologia polmonare. Sono fissate per sempre nella mente di chi lo abbia visto o ascoltato almeno una volta. La prima è quella di un Fo scatenato, che spernacchia e improvvisa sulle note di Ho visto un re, insieme a Enzo Jannacci e Giorgio Gaber. Il ritmo sempre più spericolato, la bocca sempre più allargata in quel ghigno che ne ha fatto una delle maschere più originali della comicità. È il 1968 quando si comincia con il tormentone, parte in lingua parte in dialetto lombardo: la musica è di Jannacci, il testo di Fo. Si andrà avanti per tutti gli anni 70 fino ad oggi, ultimo il duetto con Mika nel 2014, e quel brano diventa un classico che mette insieme generi diversi: la canzone , la favola, la protesta, la performance. Mescolare i generi, tenere il piede artistico in cento scarpe era infatti uno dei segni distintivi del figlio di un capostazione nato nel 1926 a Sangiano, paesino sul Lago Maggiore da cui la famiglia si traferì presto per Porto Valtravaglia, luogo cui dedicò Il Paese dei Mezaràt (Feltrinelli), in cui racconta l'infanzia e gli anni di formazione artistica. In fondo la sua icona era il giullare. E per farsi beffe dell'universo mondo tutto è lecito: sacralità e profanazione, cospirazionismo e corporativismo, istrionismo colto e superficialità buffona mescolate fin dai primi testi per la radio degli anni '50, come Poer nano e Non si vive di solo pane, fin dall'esordio in teatro con Franco Parenti e Giustino Durano in Il dito nell'occhio, fin dal suo capolavoro, Mistero buffo, portato in scena nel 1969.

La seconda immagine è quella di una coppia: lui e la Franca. Con Franca Rame, sposata nel 1954, fonda una compagnia e dà avvio a una serie di zingarate che si presero applausi e sberle. Debuttarono benissimo con la tv, Canzonissima nel 1962, ma precipitarono in brevissimo nel gorgo della censura democristiana, che li bandì dal piccolo schermo per 14 anni. Diedero vita a titoli che cambiarono per sempre la commedia, come Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare, ma riuscirono senz'altro meglio in quel mix - di nuovo - storia recente, cronaca e vita privata che non era mai stato sperimentato prima, grazie a testi come Morte accidentale di un anarchico, sulla morte di Pinelli, e poi Il Fanfani rapito, Non si paga non si paga oppure Pum pum! Chi è? La polizia, la maggior parte delle volte in scena alla Palazzina Liberty a Milano. Ma anche qui raramente le cose filavano lisce: la polizia irrompeva davvero e Fo usava anche quelle rotture per fare teatro nel teatro. La terza immagine è più un suono che altro: un linguaggio, vecchio come il teatro e che Fo rispolvera fino a farlo sembrare non solo nuovo di zecca, ma inventato da lui. Si chiama grammelot, questa lallazione adulta, sotto e sopra la quale si può costruire di tutto.

Fo ci costruisce, oltre già citato Mistero buffo, gran parte del suo corpus drammaturgico, fino a conquistarsi, per questo magma che «dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi», come dice la motivazione dell'Accademia, il Nobel per la letteratura, nel 1997. L'ultima immagine di Fo, appannata dalla morte della Rame, nel 2013, fu quella di Maestro in una serie di spettacoli/lezioni sul teatro con Giorgio Albertazzi e Pittore: era diplomato a Brera e si produsse in una serie di mostre dei suoi oltre 20mila pezzi. Ma il tutto era ormai poco condito da quei lazzi e linguacce che ne hanno fatto l'artista indimenticabile e con cui sicuramente avrà accolto anche la fine.