Ma il mondo non si sfama coi princìpi

Nutrire il pianeta, è lo slogan materno dell'Expo. Ebbene: danno più pappa al mondo i camerieri al neon di McDonald's o gli agricoltori di nicchia coccolati da Carlìn Petrini? O ancora gli scaffali dei supermercati di alto bordo di Oscar Farinetti, tutto falce e carrello (e niente gara d'appalto)? Nel mondo del cibo c'è posto per tutti: chi vuol alimentarsi alla tavola chic dell'elitarismo gastronomico si accomodi (ma non si dimentichi di diventar ricco, prima). Gli altri sperino pure in qualcosa che assomigli a una democrazia della qualità, in grado di coniugare una buona pratica alimentare con i grandi numeri di cui un intero pianeta (e non solo una sperduta valle alpina) è fatto. Del resto dar da mangiare tutti i giorni a sette miliardi di commensali di quell'enorme tavola calda che è il mondo, vuol dire dimenticarsi il romanticismo delle tradizioni immutabili, la tirannia delle materie prime di nicchia alla base del sitema dei presìdi, il solo secondo il fondatore di Slow Food, peraltro da sempre molto critico (non senza qualche ragione) sul sistema delle denominazioni attivo in Italia e in Europa, che garantisca la qualità di ciò che finisce nei nostri piatti. E tener conto, invece, di quisquilie come prezzo, quantità, processi produttivi e commerciali. Forse la grande «M» gialla non è la risposta, o almeno non l'unica. Ma almeno loro, per essere a Expo a fare i mercanti nel tempio (e a far piovere polpette su chi non può permettersi il sushi del nippopadiglione) democratici lo sono davvero. Democrazia della quantità e non della qualità? Forse. Ma la beffa organizzata un mese fa a Milano quando «Mac» smerciò i suoi hamburger travestiti da piatto gourmet senza farsi sgamare dai gastrofighetti, dovrebbe far riflettere tutti.