Morire di modernità Giovani, belle e assenti dalla realtà

di Valeria Braghieri

È paradossale morire di modernità a diciott'anni. Ma la modernità non sono le cuffie nelle orecchie a sparare decibel assordanti o il Frecciarossa che le è arrivato addosso a tutta velocità. La modernità che ha ucciso Lisa è il sollievo di sentirsi altrove. Sempre e comunque. Anche mentre attraversi le rotaie di un treno senza poter sentire il suo sferragliare. Non si guarda, non si vede e non si sente. L'essere altrove mette al riparo di un sacco di cose: dalla nebbiosità di prospettive, dal tanfo delle delusioni, dalla fatica di essere all'altezza di se stessi, dalla fantasia che in certi momenti ti fa difetto. Che è quando non basta a riempirti. Mora e luminosa come fosse stata toccata dal fosforo, Lisa. Ma non c'è nulla di più urgente di una donna che appena si trova sola ascolta musica. Anche se la sua vita se la stava costruendo benissimo. Il lavoro che voleva, le foto che voleva e una marea di amici sui social a sostenerla e a incitarla «sei bellissima». Tutti lì a frugarle la faccia negli autoscatti postati su Facebook: Lisa al trucco, Lisa nel backstage delle sfilate, Lisa in vacanza. Lisa e quella sottile, modernissima voglia di non esserci. Decongestionare la vita. Intasandola d'altro. Di suoni, messaggi brevi, attenzioni fugaci, amici virtuali, selfie. Vivere senza trattenere. Vivere lasciando andare. Almeno qualcosa, perché tutto è troppo. La mente in pausa e il volume alto. Poi un sentore, un lampo nella coda dell'occhio, un leggero vibrare sotto alla suola delle scarpe e lo sguardo che si volta, a fissare in faccia la fine.