Moro si prende il Nanga Parbat Domata la montagna impossibile

L'alpinista bergamasco primo al mondo sulla vetta himalayana in inverno. Tanti hanno perso la vita provandoci, ora è nella storia

I mmaginate una passeggiata rilassante in alta montagna. Aria buona, paesaggi immacolati, un senso di benessere diffuso. Bene, dimenticate tutto questo. Immaginate di trovarvi sulla vetta di una montagna aspra e spoglia tra rocce, canaloni e crepacci, nel mezzo del Pakistan, sull'Himalaya, a più di 8mila metri di quota. La temperatura è intorno ai 40, 45 gradi sotto lo zero, un vento gelido entra sottopelle e altera qualsiasi percezione. L'aria è talmente rarefatta che è quasi impossibile respirare ed ogni passo costa una fatica immane. Condizioni al limite della sopportazione umana, anche solo per pochi minuti. Ecco perché quella compiuta da Simone Moro e dai suoi compagni di cordata viene definita, a ragione, con una sola parola: impresa. L'alpinista bergamasco ha portato a termine quello che a nessuno prima era riuscito. Arrivare in vetta agli 8.125 metri del Nanga Parbat durante la stagione invernale. Un'impresa realizzata alle 11 e 37 di ieri quando insieme allo spagnolo Alex Txicon e al pakistano Ali Sadpara, è riuscito ad arrivare sulla cima della montagna. Con loro anche l'altoatesina Tamara Lunger, che si è fermata a una mncita di metri dalla vetta.Un'impresa, perché il Nanga Parbat è stata ribattezzata la «montagna killer» per i tanti alpinisti che hanno perso la vita sulle sue creste. Gli himalayani, che vette del genere le conoscono bene, la chiamano «montagna del diavolo» o «mangiauomini». Tutti i tentativi di scalarla durante la brutta stagione, almeno trenta sin dagli anni '80, sono miseramente falliti. Fino a ieri, quando Moro e i suoi compagni sono entrati nella storia dell'alpinismo mondiale.Un gruppo di pazzi? No, affatto. Chiaro, una buona dose di follia è inevitabilmente necessaria per chi decide di vivere in questa maniera la montagna. Ma quello che guida Moro è tutt'altro. Una passione viscerale nata quando era bambino e cresciuta nel tempo a cui si aggiunge una preparazione fisica e atletica meticolosa ed uno studio tecnico di base elevatissimo. Perché la montagna, a questi livelli, non è un avversario da battere o una base su cui apporre la propria bandierina ma diventa una parte di te. Moro, classe '67, ha partecipato a più di quaranta spedizioni alpinistiche di cui ben 10 invernali in quasi tutti i continenti. Già tre volte aveva sfidato senza successo il Nanga Parbat, per 10 volte ha raggiunto vette di 8mila metri e tantissime altre più «basse». Parla 5 lingue, è pilota di elicottero e ama ripetere «mi piace vivere l'alpinismo nel modo più ampio e variegato possibile». Nel 2001 si è guadagnato una medaglia d'oro al valore civile per aver salvato un collega quando, vicino agli 8mila metri del Lhotse, in Nepal, abbandonò la spedizione per andare in solitario alla ricerca dell'inglese Tom Moores, vittima di un incidente. Lo trovò e riuscì a trascinarlo fino al campo base, salvandolo da morte certa.Impresa compiuta, applausi, riconoscimenti e finita qui? Neanche per idea, per chi come Simone Moro vive la montagna e l'alpinismo in questo modo. Caso vuole che all'appello delle vette mai conquistate in inverno ora manchi soltanto una montagna, il K2. Solo 3 volte l'impresa è stata tentata. Facile immaginare chi sarà il quarto a provarci.