Mosul, riconquistata la moschea dell'Isis. Cade la capitale delle bandiere nere in Irak

Si combatte ancora nella città vecchia. E in Siria pure Raqqa è sotto assedio

Il Califfato in Irak è caduto, tre anni dopo la sua nascita. L' ex «capitale», Mosul, è quasi liberata. Ieri le truppe governative hanno riconquistato la storica moschea Al Nouri, ridotta ad un cumulo di macerie dalle stesse bandiere nere, dove Abu Bakr al Baghdadi aveva proclamato il Califfato. «Il ritorno della moschea al-Nuri e del minareto al-Habda nelle mani della nazione segna la fine dello Stato della falsità» ha dichiarato il premier iracheno Haider al-Abadi proclamando la vittoria contro i terroristi.

In realtà si combatte ancora nella città vecchia di Mosul, in un dedalo mortale di viuzze dove qualche centinaio di miliziani dello Stato islamico venderà cara la pelle facendosi scudo con i civili. «Il loro stato fittizio è caduto» ha detto in tv un portavoce dell'esercito, il generale Yahya Rasool. «È stato liberato solo un terzo della città vecchia» sottolinea una fonte del Giornale in prima linea. Bisogna riconquistare ancora diversi isolati, ma la «capitale» delle bandiere nere in Iraq non esiste più. La loro ultima roccaforte era proprio la moschea al Nouri, del XII secolo, che è ridotta ad un cumulo di macerie. I miliziani del Califfato l'hanno fatta saltare in aria il 21 giugno, proprio per evitare che cadesse nelle mani del nemico. Il famoso minareto pendente come la torre di Pisa è stato cancellato dall'esplosivo. Il 29 giugno 2013 lo Stato islamico aveva conquistato Mosul gettando le basi del Califfato. Le bandiere nere non potevano permettere che i vittoriosi generali iracheni si facessero fotografare sul pulpito dove Abu Bakr al Baghdadi, vestito di nero, pochi giorni dopo, il 4 luglio, aveva proclamato il Califfato. In una delle sue rare apparizioni pubbliche immortalate da uno storico video storico il sedicente Califfo aveva annunciato che lo Stato islamico «arriverà fino a Roma».

Nella trappola mortale della città vecchia sono ancora bloccati migliaia di civili utilizzati come scudi umani. I corpi di quelli che cercano di scappare e vengono falciati dalla bandiere nere, dal fuoco incrociato o dalle trappole esplosive sono abbandonati in strada, in uno scenario terribile. I miliziani che vengono presi vivi o feriti fanno una brutta fine. I loro cadaveri segnati dalla vendetta sono appesi a testa in giù dai lampioni, come monito. Il premier Abadi ha ribadito ieri che l'esercito continuerà a dare la caccia ai jihadisti «per ucciderli e arrestarli, fino all'ultimo uomo».

Adesso l'ultima battaglia si sposta a Raqqa, nella vicina Siria, la prima «capitale» dello Stato islamico. Le forze democratiche siriane, appoggiate dagli Usa e composte soprattutto da combattenti curdi, hanno stretto il cerchio attorno alla città. L'ultima via di fuga verso sud, sula riva dell'Eufrate, è stata tagliata ieri. Ora l'assedio è completo. Non è un caso che tre giorni fa il generale americano, Stephen Townsend, abbia partecipato ad una riunione operativa in un avamposto del fronte di Raqqa con le forze curde. Secondo l'ufficiale Usa «a Raqqa stiamo andando bene. Siamo al 25-30% dell'operazione» per liberare la città. Ben più piccola di Mosul, dove si combatte da 8 mesi, potrebbe venir conquistata in meno tempo segnando la fine simbolica del Califfato.