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«I talicum? Per ora siamo tutti impegnati a fare movimento sul posto»: la battuta di un parlamentare Pd descrive bene lo stato dell'arte sulla legge elettorale.

Di qui al referendum del 4 dicembre se ne parlerà molto, ma non succederà nulla. Il presidente del Consiglio pensa solo a come vincere la consultazione sulla riforma costituzionale, recuperando una campagna iniziata, ammette lui stesso, con un errore di impostazione: «È giusto ammettere quando si sbaglia, e io ho sbagliato approccio, e me ne sono scusato. Il referendum non è sul mio futuro, ma sono gli avversari del Sì ora a trasformarlo in una consultazione sulla mia persona». Il premier si dice pronto a confrontarsi con D'Alema o con Grillo, «e anche con il prode combattente Silvio Berlusconi». Ma aggiunge: «La mia priorità è governare». Si augura «una Woodstock del No», con Brunetta e Di Maio al microfono: «Faremmo il pieno di Sì se la trasmettessero in diretta». Intanto il Fondo monetario internazionale, che si era schierato contro la Brexit, spiega che non lo farà sul referendum italiano, che è «una consultazione politica» e non su temi economici. Mentre il Financial Times definisce il referendum italiano «un ponte verso il nulla» e spiega: «All'Italia non servono più leggi da approvare più in fretta, ma meno leggi e migliori».

Se per abbassare i toni della polemica contro di lui e recuperare consensi è utile dimostrarsi disponibile a rivedere la legge elettorale, Renzi è pronto a dimostrarsi disponibilissimo: «Non ci sottraiamo al confronto». Tanto da dedicare una riunione della Direzione del Pd, lunedì prossimo, all'argomento. E dunque ben vengano le proposte di nuovi e complicatissimi sistemi elettorali che vengono buttati sul tavolo fuori e dentro il Pd: quella dei centristi di Ap che prevede il premio di coalizione, quella dei Giovani Turchi Matteo Orfini e Andrea Orlando che si ispira al modello greco con premio ma senza ballottaggio, l'astruso Bersanellum proposto dalla minoranza Pd che dà premi a tutte le liste per evitare che qualcuno vinca. Va bene anche che la Commissione Affari costituzionali della Camera incardini il dibattito sulla eventuale revisione dell'Italicum. Per dimostrare la disponibilità del governo a discutere del tema, da martedì una delegazione Pd incontrerà le altre forze politiche e ne ascolterà le idee. In Direzione il premier ribadirà la propria apertura, e costringerà la minoranza Pd a venire allo scoperto. «Ora l'alibi Italicum è caduto e dovranno spiegare perché votano No comunque, come hanno deciso da mesi con l'unico obiettivo di far fuori Renzi», dice un dirigente Pd. Ma nessuna delle proposte in campo ha chance di coagulare una maggioranza in Parlamento nei prossimi mesi, che peraltro saranno impegnati per la sessione di bilancio. Tanto più che anche Forza Italia rinvia ogni discussione a dopo il 4 dicembre. E fino al referendum Renzi e il Pd non si sbilanceranno sulle possibili modifiche a quello che resta, secondo il premier, il migliore dei sistemi possibili, ossia l'Italicum. Se vinceranno i Sì, Renzi sarà ben saldo in sella e aspetterà la pronuncia della Corte Costituzionale per introdurre eventuali variazioni all'impianto in vigore: togliere le preferenze multiple o spostare il premio dalla lista alla coalizione. Se invece vincessero i No, il pallino non sarebbe più nelle sue mani e diventerebbe assai probabile una deriva verso il proporzionale puro, e i governi ballerini di coalizione parlamentare.