Multe ai traditori, lite fra grillini e Pd

Scontro sulle sanzioni da 150mila euro nel decalogo dei candidati M5S di Roma

Anna Maria GrecoRoma C'è chi evoca le purghe staliniane o i metodi fascisti e chi parla di «contratto prematrimoniale». Il decalogo per i candidati del M5S a Roma, con le multe da 150mila euro per i dissidenti, scatena una lite furibonda con il Pd. Che insiste sulla «legge per i partiti», tanto invisa ai grillini.Fiero del nuovo codice di comportamento per la capitale, Alessandro Di Battista annuncia «una politica di pugno duro», con sanzioni contro i «voltagabbana». Luigi Di Maio assicura che «i traditori saranno puniti» e su Facebook aggiunge: «Il vincolo di mandato è sacrosanto per chi vuole fare politica onestamente».Agli esponenti del M5S i dem replicano duramente, con Andrea Romano che parla di un'evoluzione della già nota «prassi basata su epurazioni e gogne di vario genere, per chi dissente dalla linea del partito azienda di Casaleggio» ed Emiliano Minnucci che attacca: «Votare M5S a Roma sarà come votare delle belle statuine che devono smettere di pensare, valutare, scegliere».La tensione, tra insulti e accuse, sale tanto che anche il premier Matteo Renzi interviene per puntare l'indice contro la democrazia e la trasparenza del movimento. Sulle primarie del Pd a Milano, sottolinea nella sua enews che in «61mila hanno scelto il proprio candidato» e le critiche sono venute da persone che «in vita loro hanno preso al massimo 180 clic su una piattaforma della Casaleggio e Associati Srl».Il Pd insiste su nuove norme che garantiscano la democrazia dentro ai partiti e la libertà di mandato. Per il vicesegretario Lorenzo Guerini la proposta del M5S di multare i dissidenti «rende urgente riaprire un confronto sull'articolo 49» della legge che regolamenta la vita interna dei partiti. Francesca Puglisi parla di «linguaggi e strumenti ridicoli, che denotano una cultura fascista». E Stefano Esposito rincara la dose: «Mi aspetto, a breve, olio di ricino e manganelli».Ma a questo punto è il M5S, fiero di non essere un partito, a ribaltare l'accusa. «Siamo al fascismo renziano!», sbotta Riccardo Fraccaro. E definisce Guerini «il Cesare Previti di Renzi», che vuole «una controriforma ad castam che neutralizza il M5S».I grillini, criticati anche da Forza Italia e dai centristi, si trovano sul fronte avverso pure il loro exideologo Paolo Becchi. A Un Giorno da Pecora di Radio2, dice che Beppe Grillo «non c'è più» ed è rimasto «un nuovo partito, ibrido, diretto da Casaleggio e Associati», frutto di una sorta di «pulizia etnica».Direttamente o indirettamente, in questo scontro entrano un premio Nobel come Dario Fo e un premio Oscar come Roberto Benigni.Il primo difende le multe del M5S, «atto di difesa contro i tradimenti di disonesti e infedeli», l'altro viene attaccato sul blog di Grillo per aver detto che voterà sì al referendum sulle riforme costituzionali.