Muro alla frontiera I soliti antagonisti scatenano la violenza

«No alle barriere anti-immigrati» Fermato e rilasciato uno degli organizzatori italiani

Luciano Gulli

È finita a mazzate, al Brennero. Con lanci di sassi e bottiglie e qualche contuso tra i manifestanti e i gendarmi austriaci schierati in assetto da battaglia a difesa del passo. Un bilancio tutto sommato modesto, in termini di ordine pubblico. Se non fosse per la sensazione diffusa, tra le forze di polizia italo austriache, che il tema dei profughi e del loro respingimento sulla soglia dell'Europa causa degli scontri di ieri- potrebbe diventare il nuovo cavallo di battaglia dei no global, orfani di G8 e sfaccendati del movimento No Tav. Sicchè quella di ieri, una scaramuccia per scaldare i muscoli, potrebbe essere stata una sorta di prova generale di un'escalation alla quale, quando il gioco dovesse farsi duro, non mancherebbero di portare il loro contributo anche certe frange estreme di Black Bloc.

Si celebrava ieri la marcia per la libera circolazione e contro la costruzione di barriere per il respingimento dei profughi. I «no borders», un migliaio di ragazzi e ragazze arrivati dalla Germania, dall'Austria e dall'Italia (alcuni si sono mossi perfino dalla Sicilia) scoprono a metà pomeriggio, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il trattato di Schengen non vale più neppure la carta su cui è stato scritto. I manifestanti, gran parte dei quali reduci da Idomeni, in Grecia, dove durante le feste pasquali avevano portato viveri e sostegno ai profughi bloccati tra Grecia e Macedonia, piantano bandiere di benvenuto ai rifugiati e scrivono cartelli di insulti contro Salvini, il leader della Lega. Provano per due volte, in qualche centinaio, a sfondare il cordone di poliziotti schierati a testuggine; ma in tutti e due i casi devono indietreggiare di fronte al roteare dei manganelli. Parte qualche fumogeno, bottiglie e sassi volano nell'aria tersa dei milletrecento metri del passo, ma di entrare in Austria non c'è modo. Chiuso. Verboten. Uno degli organizzatori, Gianmarco De Pieri, viene temporaneamente fermato dalla polizia austriaca per «istigazione alla manifestazione», mentre i parlamentari di Sel, Florian Kronbichler e Nicola Fratoianni, assistono alla scena.

La gazzarra parte poco dopo le quattro del pomeriggio. Disorientato, probabilmente poco avvezzo agli scontri di piazza, il reparto di poliziotti ondeggia, si disunisce. Ma dura meno di un minuto. Spray urticante e manganello, a seguire: e per i manifestanti, sorvegliati da un elicottero, suona la ritirata. A distanza di qualche decina di metri un altro gruppo di «no borders» blocca due treni locali, accendendo fumogeni e piazzando alcune tendine canadesi sui binari. Ma devono sloggiare anche questi.

I camionisti fermi in dogana, i turisti che si sono fermati a fare un giro negli outlet che punteggiano il valico si rinserrano dietro le vetrine di uffici e negozi, spaventati. Dura una mezz'ora, ma basta per capire che il Brennero, se la tensione non si stempererà, potrebbe diventare quel che la val di Susa è stata per i No Tav. Il climax si potrebbe raggiungere già fra pochi giorni, quando in quel tratto di confine, come promesso dal ministro della Difesa austriaco, Hans Peter Doskozil, torneranno i controlli a tappeto sugli occupanti di auto, pullman e camion. Qui come in tutti gli altri valichi del Paese. E per i profughi del terzo mondo e gli sfollati di Siria e Afghanistan la parola d'ordine sarà una: raus! come promette il governatore del Tirolo Gunther Platter. «Ma noi qui torniamo. Quando arriverà l'esercito a fermare i profughi, noi saremo qui», proclamano solennemente i manifestanti. Un braccio di ferro che pare solo agli inizi.