Napolitano bacchetta Csm e «toghe protagoniste»

RomaPrima la constatazione: politica e giustizia sono «due mondi» separati, che si percepiscono «ostili, guidati dal reciproco sospetto». Poi, la raccomandazione: così non può e non dev'essere, prevalga invece «il senso della misura e della comune responsabilità istituzionale». Divisione dei poteri sì, opposizione no. Giorgio Napolitano presiede per la prima volta il plenum del nuovo Csm e non è tenero. Con i pm troppo «protagonisti» e politicizzati e i giudici lenti e scarsamente «professionali». Con l'Anm, che resiste in modo corporativo alle necessarie riforme organiche. Con lo stesso organo d'autogoverno delle toghe, «condizionato» da correnti diventate «gruppi di potere», che manca di «rigore, misura, obiettività e imparzialità».

Il discorso del capo dello Stato sembra perfettamente in linea con quello del premier Matteo Renzi e del Guardasigilli Andrea Orlando: basta con le proteste, le riforme meglio farle in modo condiviso ma comunque andranno avanti. Serve uno sforzo comune per favorire «un profondo e organico processo innovatore». Napolitano dice, insomma, che la magistratura e i suoi rappresentanti devono lavorare in modo costruttivo con il governo, in «un clima diverso, di superamento di logiche di conflitto frontale». Alla giustizia non servono scontri e polemiche ma impegno per recuperare efficienza e celerità, che hanno ricadute su economia, imprenditorialità e occupazione. La durata del processo, dice il presidente, è «il problema più grave» e finora gli sforzi sono «insoddisfacenti». E la riforma non può essere a costo zero, «meravigliosa utopia».

Napolitano si riferisce allo scandalo di Roma Capitale quando dice che «colpisce l'intensità del diffondersi della corruzione e della criminalità organizzata emerse in questi giorni». E aggiunge che «l'intreccio inedito e molto rilevante» tra corruzione, mafia e politica è «un nodo molto grosso». Riconosce che è «fondamentale l'azione repressiva affidata ai pm e alle forze di polizia», ma poi critica duramente atteggiamenti negativi degli stessi inquirenti, che cedono «a esposizioni mediatiche o a tentazioni di missioni improprie», a comportamenti «protagonistici e iniziative di dubbia sostenibilità», senza rispettare la gerarchia nelle procure. Non è così, ammonisce Napolitano, che si difendono gli «indispensabili» principi di autonomia e indipendenza. Anzi, i valori fondanti della giustizia a volte «vengono posti in dubbio in presenza di ingiustificate lungaggini o di casi di scarsa professionalità, sia in campo civile che penale».

Parole pesanti, per le toghe. Ma il capo dello Stato riconosce anche la debolezza, la scarsa qualità e il marcio della politica. Respinge le «discussioni stucchevoli che rimbalzano tra i corpi rappresentativi della politica e della magistratura». E invita il governo a riflettere sull'«eccessivo ricorso alla decretazione d'urgenza, dei maxi emendamenti, degli articoli unici», sull'ansia di «legiferare continuamente». Per questo, serve una riforma costituzionale, partendo dal bicameralismo perfetto, «principale passo falso» dei Costituenti.

La risposta viene dal vicepresidente Giovanni Legnini, che parla di «posizione attiva» del Csm e di autoriforma per aumentare celerità ed efficienza anche nelle nomine.