Padri, moglie e fidanzate: quante bugie in quei campi

Nascondere i veri colpevoli è una scelta che le famiglie dei nomadi fanno spesso

Per gli inquirenti l'autoaccusa del padre di Anthony, il rom minorenne fuggito dopo il tragico investimento di mercoledì scorso a Boccea, che ha visto morire una donna e finire in ospedale otto passanti travolti dalla Lancia Lybra, non regge. La versione data dall'uomo, che ha detto di aver ignorato lo stop e travolto i passanti mentre guidava ubriaco, non corrisponderebbe al racconto dei testimoni, e dunque non sarebbe attendibile, ma solo un tentativo di depistaggio per scagionare il figlio Anthony, ancora ricercato dalla polizia insieme a un altro minorenne, mentre la terza persona a bordo, una ragazza 17enne, è in custodia cautelare con l'accusa di omicidio volontario. La madre del ragazzo, d'altra parte, avrebbe invece confermato che alla guida del veicolo c'era il minore, smentendo così la ricostruzione del consorte.

Le versioni contrastanti, i tentativi di difendere familiari anche contro ogni evidenza e i depistaggi, peraltro, non sono inediti in episodi simili a quello di mercoledì scorso. Sette anni fa ad Acilia, vicino Roma, Bruno Radosaviecic, rom 26enne residente nel campo di via di Dragona, travolse 13 persone a una fermata dell'autobus correndo contromano, ferendone seriamente sei. La moglie, intervistata dalle agenzie di stampa, si affrettò a descrivere l'uomo come una persona «onesta» e che «non beve», pochi minuti prima che fosse reso noto il risultato degli esami tossicologici del marito: era positivo a oppio e cocaina, oltre a essere ubriaco.

Nel 2007 fu invece una donna ad autoaccusarsi. Angelica Mirella De Bon, rom allora 24enne, era stata arrestata dopo aver confessato di aver investito e ucciso un 71enne in via Padova, a Milano. Un incidente raccapricciante: l'uomo, ancora vivo dopo il primo urto e aggrappato disperatamente al cofano, era stato trascinato per centinaia di metri finché, procedendo a zig-zag, il conducente dell'auto l'aveva fatto cadere sull'asfalto e gli era passato sopra uccidendolo. Dopo qualche settimana, però, la ragazza - alla quale era intestata la Bmw, pur non avendo la patente - aveva ritrattato tutto. E anche i tabulati telefonici la scagionavano: a travolgere il 71enne non era stata lei, bensì il suo fidanzato, Alessandro Braidic, 25 anni, poi condannato a 18 anni per il delitto e morto suicida in carcere un anno fa. Per gli inquirenti a organizzare il depistaggio convincendo la ragazza ad accusarsi era stato lui, «che con lucidità voleva sfuggire alla sue responsabilità».

Aveva invece cercato da solo di comprarsi una copertura Remi Nikolic, il rom 17enne che a gennaio 2012 ha investito di proposito il vigile urbano milanese Niccolò Savarino, che a bordo della sua bici aveva tentato di fermarlo dopo che Nikolic aveva schiacciato il piede a un passante poco prima. Invece di obbedire all'alt, il minorenne schiacciò il pedale dell'acceleratore, travolgendo il vigile urbano col suo suv all'uscita di un parcheggio. Appena pochi minuti dopo averlo ucciso, il ragazzo chiamò la donna a cui era intestata l'auto intimandole di assumersi la responsabilità dell'omicidio e offrendole, con toni minacciosi, soldi in cambio del «servizio». La proposta per fortuna delle indagini cadde nel vuoto: la donna raccontò agli investigatori ciò che sapeva sul minorenne, poi rintracciato e infine condannato con sentenza definitiva al minimo della pena previsto per l'omicidio volontario commesso da un minore: 9 anni e 8 mesi.