Nel Canada accogliente l'assalto alla moschea: sei le vittime, 19 i feriti

Il killer ha urlato «Allahu Akbar» ma sui social inneggia a Trump e alla Le Pen

Luigi Guelpa

Difficile da spiegare ai canadesi che «la diversità è la nostra forza» dopo la mattanza di domenica sera alla moschea di Quebec City. Ci sono 6 vittime e 19 feriti, cinque dei quali in condizioni disperate. Eppure il premier Justin Trudeau, ironia della sorte, in risposta alla politica sull'immigrazione tracciata negli Usa da Trump aveva twittato «a coloro che scappano da persecuzione, terrore e guerra, i canadesi vi accoglieranno, a prescindere dalla vostra fede». Poche ore dopo il franco-canadese Alexandre Bissonnette, 27 anni, studente universitario fuoricorso, ha imbracciato un Ak-47, è entrato nella Grande Moschea di Saint-Foy sparando all'impazzata. Che si sia trattato di un atto terroristico contro i musulmani è ancora tutto da verificare, anche perché l'attentatore pare abbia gridato «Allahu Akbar», frase che ha accompagnato tutte le stragi perpetrate dai miliziani di Isis e Al Qaida. In attesa che emergano novità dagli interrogatori del killer previsti nelle prossime ore, quello che si conosce in via ufficiale arriva dalla ricostruzione fornita dalla polizia.

Intorno alle 20 di domenica (in Italia erano le 2 di lunedì mattina), un uomo è entrato a volto coperto nel centro islamico di Saint-Foy e ha aperto il fuoco sui fedeli che erano riuniti per la preghiera. Le sei vittime della sparatoria, di età compresa tra i 39 e i 60 anni, sono due algerini, un marocchino, un tunisino e altre due persone di origini maliane. Tra di loro anche l'imam, mentre il presidente della moschea, Mohamed Yangui, che non si trovava all'interno al momento dell'assalto, ha parlato di «barbarie avvenuta in un luogo sacro», raccontando di aver parlato con alcuni testimoni scampati all'attentato. «Purtroppo l'attentatore ha gridato Allah è grande», ha confermato. Si tratta di un dettaglio tutt'altro che trascurabile e che potrebbe chiarire la reale paternità dell'eccidio. Dalle prime indiscrezioni emerge che Bissonette, che ha un fratello gemello di nome Marius, si sarebbe radicalizzato, con l'intenzione di partire per la Siria. La denuncia del centro islamico di Saint-Foy avrebbe scatenato la sua vendetta. Ma è anche saltato fuori, setacciando i social, che Bissonette avesse simpatie per l'estrema destra, Donald Trump e il Front National di Marine Le Pen.

Al termine della sparatoria lo studente avrebbe tentato la fuga verso l'Ile d'Orleans, ma sarebbe stato intercettato e denunciato alla polizia da un testimone di origini marocchine, Mohammed Belkhadir, considerato erroneamente in un primo tempo suo complice. Sfogliando il profilo Facebook di Bissonnette (oscurato dagli inquirenti) ci si imbatte in una foto del giovane travestito da «Ghostface», il serial killer nella saga di Scream, nel giorno della festa di Halloween e la frase «sono l'angelo della morte». Quasi a voler lanciare un segnale di quello che avrebbe compiuto tre mesi dopo. Per la cronaca la moschea era già stata oggetto di un attacco lo scorso giugno: all'inizio del Ramadan qualcuno lanciò davanti all'ingresso una testa di maiale impacchettata con un biglietto che recitava «buon appetito».

Il Canada, dopo l'attentato al parlamento di Ottawa del 2014 (2 morti), ne esce ancora con le ossa rotte e con l'etichetta di nazione che fabbrica jihadisti. Il multiculturalismo disegnato dal premier Trudeau, che aveva assegnato all'avvocato di origini somale Ahmed Hussen il ministero dell'immigrazione, non ha prodotto risultati apprezzabili. Gli 80 foreign fighters partiti dal Canada per unirsi alle milizie del sedicente Califfato Islamico sono un biglietto da visita imbarazzante, 80 persone su una popolazione di 35 milioni di abitanti, contro i 130 su 318 milioni degli Stati Uniti. Non a caso proprio a Calgary Christianne Boudreau ha fondato Mothers for Life, il primo network al mondo di mamme che hanno vissuto la radicalizzazione dei propri figli e la loro trasformazione in jihadisti. Suo figlio Damian è morto in Siria a soli 22 anni.

In Canada (Ontario) ha vissuto e si è radicalizzato anche Shaykh Abu Ibrahim al-Haneef, alias Tamim Chowdhury. Era la mente, e purtroppo anche il braccio armato, della carneficina al ristorante Holey Artisan Bakery di Dacca, in Bangladesh. In quel terribile 1° luglio 2016 vennero massacrate 20 persone, nove delle quali italiane.

Commenti

buri

Mar, 31/01/2017 - 16:46

Anzitutto vorrei sapere perché i giornalisti chiamamo la ville de Qebec, orgogliosamente francofona Qebec City, forse credono di fare mostra della loro cultura? invece dimosrano solo di non conoscere, detto ciò parliano di Monsieur Justin Trudeau il quale con una politica di accoglienza indiscriminata ottiene i risultati descritti nell'articolo, avrò anche il plauso dei profeti del multiculturalismo ma dei risultati è un fallimento