Nel limbo tra i morti e i vivi. "Ma quella è mia madre"

Nella palestra tra le bare per il riconoscimento dei corpi. In ospedale i sorrisi dei bimbi sopravvissuti

Arrivano avvolti di bianco, spiriti che riposano, nella bara aperta. Solo un velo per coprirli, appena poggiato sul viso, potrebbe essere seta o foglie di avorio, è tutto delicato e silenzioso nel corridoio del riconoscimento. Due frati cappuccini fanno avanti e indietro dalla cappella dove ci sono i corpi riconosciuti, quattro bare piccole e bianche al centro, quelle dei bambini. I frati di Rotelle, convento alle spalle del Monte dell'Ascensione, calzano grembiuli di plastica, sacchi di immondizia trasformati in camici. Si occupano di pulire quei visi da riconoscere, sfiorati dal lenzuolo ma non ancora chiusi nel legno. «Ci sono anche bambini non riconosciuti», ci spiega una dottoressa. Arrivano in continuazione le bare aperte poggiate come barelle sui carrelli nel punto di accoglienza dell'ospedale di Ascoli Piceno. Sfilano davanti al piccolo altare e al giaciglio bianco dei quattro bambini, Gabriele, Mariasol, Giulia e Elisa, i più piccoli di questo angolo di silenzio, interrotto dalle rotelle dei carrelli che passano, da qualche sedia che si sposta e dai mormorii delle persone sedute accanto alle bare come angeli custodi.

È il limbo della tragedia, questo, lo spazio sospeso tra il terremoto e l'accertamento di morte. Al centro del corridoio una porta a due battenti in vetro opaco viene chiusa ogni volta che passa un corpo avvolto. «Ma è mia madre», sussurra una donna, con i pantaloni ancora sporchi di polvere. «Dai, vai, fatti aprire, sei la figlia», le dicono intorno. Lei è talmente stanca che non può insistere e riesce a pregare un infermiere in corsa: «Chiamatemi prima che chiudete».

Il riconoscimento non è sempre facile e veloce perché molti morti del terremoto hanno parenti feriti e ricoverati, perché ci sono famiglie distrutte, anche perché alcuni erano turisti in vacanza, magari da soli, o in coppia e anche la persona con cui si trovavano non c'è più. Fino a mercoledì sera li portavano avvolti nelle buste nella palestra comunale. «Non è facile trovare così tante bare in pochissimo tempo», ci raccontano in ospedale.

Il centro di accoglienza, come lo chiamano qui, riceve i morti di Arquata del Tronto e delle sue frazioni. Trenta bare, che aumentano ora dopo ora. Troppi morti per l'obitorio di un ospedale di provincia. La cappella è ormai piena, la palestra era una soluzione di emergenza per lo spazio del riconoscimento e ora è pronta ad ospitare tutte le bare che arrivano e vengono chiuse. Accanto alle porte da calcio sono state stese le prime, e il vento che entra dalla porta solleva i lenzuoli disposti a terra per accogliere le nuove.

È in questo ospedale che transitano anche i bambini feriti dello spicchio di centro Italia che appartiene alla provincia di Ascoli. I bambini del borgo scomparso, Pescara del Tronto. Qui è stata operata Giorgia, la bimba di dieci anni salvata dopo sedici ore.

Da una porta di una stanza si sente esclamare: «Siamo vivi, siamo vivi!». Sono le parole dei grandi per i piccoli, ci sono solo sorrisi per loro in queste stanze del reparto di pediatria di Ascoli, vivace di fumetti di Pinocchio e di brani del Piccolo Principe, come la storia del cappello che non è un cappello ma un elefante. Quando si deve piangere si esce in corridoio. La sorellina Giorgia non è sopravvissuta al crollo della casa. Lo spazio lungo la Salaria sotto Pescara distrutta è ora una piccola distesa di tende blu. Tutta la Salaria da Acquasanta ad Amatrice sta prendendo il colore del dopo terremoto, il blu delle tendopoli, del ricovero che è calore e incertezza, negli occhi la memoria vicina dell'Aquila e delle sue piccole città di plastica. Ad Arquata a metà pomeriggio venti tende sono montate per centoventi persone. «Anche centosessanta se si dorme in otto», spiega un vigile del fuoco. Perché ancora non si conoscono i numeri reali, si cercano spazi, si teme il freddo e si spera che non arrivi troppo presto. Questa appena passata sarà la prima notte in tenda, la prima vera notte da sfollati.

Commenti

Klotz1960

Ven, 26/08/2016 - 08:50

Vergogna..non si fa letteratura sul dolore altrui.....e' cosi ' abusivo e volgare