Nel mirino dei pm stipendi e spese pazze

La Procura chiede il sequestro dei beni degli ex amministratori sotto indagine

Fabrizio Boschinostro inviato ad ArezzoLa liquidazione dell'ex direttore generale Luca Bronchi da 1,2 milioni attorno alla quale ruota l'inchiesta sulla bancarotta di Banca Etruria, è solo la punta dell'iceberg in una vicenda in cui i capitoli sono ancora da scrivere.Dopo l'iscrizione nel registro degli indagati per il crac dell'istituto aretino di Pier Luigi Boschi, padre del ministro per le Riforme Maria Elena, alla procura di Arezzo emergono in queste ore aspetti inquietanti sui quali gli organi di polizia giudiziaria guidati dal luogotenente della Guardia di Finanza Stefano Menchi su ordine del procuratore capo Roberto Rossi, stanno svolgendo accertamenti specifici. Il pool di sostituti procuratori nominati da Rossi attende a giorni l'arrivo delle prime relazioni Gdf.La procura ha trasmesso al gip del tribunale la richiesta di sequestro di beni per Bronchi e per altri dirigenti tra i quali gli ex presidenti Giuseppe Fornasari (quello che incassava da Etruria cinque stipendi) e Lorenzo Rosi, già indagato per conflitto di interessi (insieme al consigliere Luciano Nataloni) e i suoi due ex vice Alfredo Berni, con papà Boschi che però si è già spogliato di tutti i suoi averi per evitare che venissero aggrediti. La decisione dovrebbe arrivare prima di Pasqua.Nel mirino delle Fiamme gialle non ci sono solo le liquidazioni ai dirigenti come del responsabile marketing Fabio Piccinini (125mila euro) ma anche stipendi d'oro, consulenze a pioggia prima pagate e poi approvate o pagate per importi superiori a quelli deliberati e mai rendicontate, alcune delle quali hanno del ridicolo (come gli 85.700 euro per esplorare potenziali business in Kazakistan e Kirghizistan), finanziamenti autorizzati senza alcuna garanzia ad aziende già fallite o a società in conflitto di interessi con i membri del cda. Operazioni varate nonostante fosse evidente che avrebbero portato l'istituto nel baratro. Tanto per dirne un'altra, Banca Etruria dava soldi anche ai morti. Lo storico presidente Elio Faralli, nel 2009 accettò di lasciare in cambio dell'azzeramento di tutti i debiti personali, di un premio da 1,3 milioni di euro oltre al Tfr e di diecimila euro mensili per cinque anni perchénon facesse concorrenza sleale alla sua ex banca. Solo che Faralli è morto nel 2013 e per i due anni successivi i diecimila euro al mese sono andati al figlio Riccardo, nel 2013 e nel 2014, senza che muovesse un dito.