Nella politica come nella vita la patria del gioco d'azzardo

Il popolo greco è appassionato di scommesse, ma finisce sempre per rovinarsi o perdere soldi. E con la Ue il governo usa la teoria dei giochi

AteneRacconta Esopo, nella favola del pescatore, che questi batteva l'acqua dopo aver teso le reti e sbarrato la corrente dall'una all'altra riva. E lo faceva con una pietra legata a una funicella, perché i pesci, fuggendo all'impazzata, andassero a impigliarsi proprio tra le maglie. Ma uno degli abitanti del luogo lo richiamò perché in quel modo insudiciava il fiume e rendeva loro impossibile bere acqua limpida. L'altro replicò: «Ma se non intorbido così l'acqua, a me non resta che morir di fame». Così anche negli Stati per i demagoghi gli affari vanno bene specialmente quando riescono a seminare il disordine nel loro Paese. Ricorda qualcosa?

Non solo la storia nazionale ellenica di scommesse e partite di giro, ma anche quella legata alla trattativa con i creditori internazionali è indicativa di umori e derive. I greci come popolo da sempre appassionato alle scommesse che regolarmente finisce per rovinarsi o sperperare soldi, come dimostra il doppio crollo della Borsa in appena un decennio. Nel 1991 il primo stop: consumi aperti, anzi apertissimi grazie alle politiche da scialacquatore di Andreas Papandreou, padre del futuro premier Giorgios e fondatore del Pasok. Baby pensioni ad agricoltori 40enni, idem per militari, finanziamenti a go-go e grande ingorgo alla voce Ue. È quello l'alfa del grande bluff europeo, con mancati controlli da parte di chi prestava e grande grosso affare per chi riceveva. Per dirne una, nella Grecia centrale nella super agricola città di Larissa, qualche anno si fa si registrò il record di Porsche Cayenne. Tante, come nemmeno a Mosca o a Dubai.

Borsa dunque uguale scommesse, con soldi (tanti e facili) che andavano ma poi scomparivano. Si replica con i dati del 2000, quando protagonista fu una tendenza al ribasso con una perdita di 39% e il peggior risultato dal 1985, con perdite complessive tra il 60 e il 90%. E nel giugno del 2012, alla vigilia delle doppie elezioni elleniche che portarono al governissimo di larghe intese, la situazione era già bella e compromessa con i livelli del mercato azionario ai minimi rispetto ai precedenti due decenni. Anche peggio del gennaio 1990, data del primo crac.

Non solo una passione nazionale quella dei giochi e, stando agli ultimi 160 giorni di governo quella della teoria dei giochi, tanto casa a Varoufakis. Ma legata a doppia mandata alla trattativa di Atene con l'Europa per capire l'aspetto psicologico di chi, noncurante del rischio, si siede al tavolo con il mantra dell'azzardo. Come la celebre foto ateniese che ritrae Varoufakis e Dijsselbloem dopo una fugace stretta di mano, con le parole sussurrate dal greco all'orecchio dell'olandese, che fuggì letteralmente un attimo dopo.

Un panorama che, come ha osservato sul New York Times Kostas Vaxevanis, l'inchiestista arrestato nel 2012 (altro rischio) per aver pubblicato per primo la lista Lagarde, è causato da «decine di uomini d'affari che vivono fuori dello Stato, che prendono lavoro dallo Stato greco, di solito a prezzi più elevati rispetto al reale, e corrompono i politici per avere successo, garantendosi anche il silenzio, riuscendo anche ad acquistare una squadra di calcio, ad avere il sostegno popolare e nascondendo il crimine dietro la protezione popolare, proprio come ha fatto Escobar in Colombia e Arkan in Serbia».

L'agorà greca, oggi più di ieri, è un centro di focolai di sofferenza, di contraddizioni e discrepanze politiche, di errori commessi da tecnici e specialisti, di schizofrenia assoluta che non può essere affrontata senza raccontare l'aspetto psicologico di scommettitori incalliti. «Non è un sogno la vita - cantava l'inventore del rebetiko, Vassilis Tsitsanis, nel 1968 - né una festa. Stasera che ci siamo separati è solo un calice amaro». Per tutti.

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