Nell'epicentro dimenticato cento sfollati e una sola doccia

Accumoli (Rieti) «Sette quattro zero. Sette?». «No». «Io vedo sette». Fabrizio non chiede altro e si china sulla cassetta delle lenti. Il tabellone della prova della vista è appoggiato allo schermo del televisore accanto alla Madonna Addolorata con le dita spezzate. Un pubblico di una ventina di persone si ferma a osservare quella sequenza di numeri enormi e minuscoli come un quiz. In una tendopoli con una doccia per cento ogni fragilità è condivisione. Accumoli, il paese al centro del mondo per una notte, è tornato ad essere quella terra di mezzo che era fino alla sera in cui la crepa del terremoto ha sezionato la valle. Borgo che non risiede sotto le competenze di Ascoli, appena sei chilometri dopo Amatrice, dove convergono la maggioranza dei soccorsi. Accumoli vive da sempre gli accavallamenti di competenza delle aree di nessuno, piccolo cuneo all'estremità est della provincia di Rieti, legata ad Ascoli perché più vicina, aquilana fino al 1927. Frontiera come la linea di demarcazione che da qui è partita. Accumoli, l'epicentro del sisma, aspettava da anni il rifacimento di tre chilometri della vecchia Salaria e la messa in sicurezza della provinciale 18b. La notte del terremoto era troppo in là per le squadre di Rieti che accorrevano al capezzale di Amatrice e terzo approdo per gli interventi da Ascoli dopo Arquata e Pescara. Undici morti, un campanile appena ristrutturato che ha ucciso nel crollo un'intera famiglia, ora eccola qui Accumoli, più di cento persone con appena due bagni ed un'unica doccia. Bagni che «l'altra mattina erano completamente tappati». Accumoli terra di confine anche adesso, lembo di territorio, e sempre in attesa.

Mentre si aspetta il montaggio delle docce, e la Protezione Civile del Lazio prova ad accelerare, Fabrizio l'ottico sotto il tendone del pranzo comune sta rifacendo gli occhiali a chi li ha persi. Per un miope alzarsi di notte e correre fuori casa è l'ingresso in un mondo opaco. Per questo Fabrizio da San Benedetto ha deciso di prendere la cassetta degli attrezzi di ottico e partire. È l'uomo che ridà la vista. Solo vedendo «si può pensare al futuro», si fa coraggio Vittoria Paluzzi, accumolese dal dodicesimo secolo perché la sua fu una delle famiglie che fondò il paese, accumulo di borghi contro Norcia, da qui il nome.

Vittoria, numero 30 del campo, tiene il cartello del riconoscimento con numero personale e sequenza di tenda al braccio, «così mi sembra un braccialetto». «Cosa potevo aspettarmi da aiuti che sono arrivati all'alba», ha scritto su Fb Roberta Paoloni riferendosi a campo dove ora vive . «Non ci lamentiamo, pensiamo a non scomparire», le rispondono. Marua, unico bambino delle tende, vola a zig zag tra i tavoli con una bici fosforescente. Passiamo con i vigili del fuoco nel paese abbandonato. Le macerie occupano ancora una carreggiata della strada, la basilica di San Giovanni senza campanile è dilaniata con un Gesù a vista dal braccio appeso. Sembra una capanna la chiesa simbolo della frontiera di nessuno. EFo

Commenti

Gianluca_Pozzoli

Gio, 01/09/2016 - 09:03

non sono mica profughi....SONO ITALIANI

Ritratto di bonoitalianoma

bonoitalianoma

Gio, 01/09/2016 - 09:18

Ma Cristo non si era fermato a Eboli?

Ritratto di Tibursi

Tibursi

Gio, 01/09/2016 - 09:28

Ai terremotati nelle tende suggerisco di dipingere il viso e il corpo con un colorante ecologico di colore marrone scuro e di dire che sono profughi che provengono dalle zone subsahariane. In questo modo avranno la certezza che saranno subito tolti dalle tende e saranno portati in qualche recidence o albergo a 4 stelle dove potranno trascorrere l'imminente inverno al riparo dal freddo e con tutti i comfort.