Nessuna violenza: il controllore si è inventato tutto

Esasperato dalle provocazioni di un ghanese si è inferto la coltellata per incastrare lo straniero

Luca Fazzo

Milano Ci erano cascati tutti: la polizia, i politici, il sindacato che era subito sceso in sciopero, i giornali di destra e di sinistra. Perché il racconto di Davide Feltri, controllore delle ferrovie, che diceva di essere stato aggredito e accoltellato da un passeggero senza biglietto, era corroborato in modo inequivocabile da un dato di fatto: il coltello piantato nel palmo della mano di Feltri, attraversata da un lato all'altro nella zona tra il pollice e l'indice. Ed era sembrata l'ennesima, drammatica dimostrazione di una storia già raccontata, il Bronx viaggiante sui treni della Lombardia profonda, tra aggressioni e paure.

E invece no. Davide Feltri quella coltellata se l'era piantata da solo a freddo, nella mano, con un gesto che resta agghiacciante per la disperazione, lo stress, forse anche la psicosi che lo hanno determinato. Feltri era esasperato dagli sfottò, le minacce, gli insulti incassati ogni giorno, su e giù per i vagoni del Piacenza-Milano, «prego-signori-biglietto». Così, ha confessato «mi sono chiuso nel bagno e mi sono dato la coltellata». Poi è sceso sanguinante alla stazione di Santo Stefano Lodigiano, e ha fornito la descrizione del suo aggressore. Non ha usato la fantasia: ha descritto per filo e per segno uno degli habitué della tratta, un ragazzo ghanese: sempre senza biglietto, sempre arrogante.

Il giorno prima, dice Feltri, alla richiesta del biglietto quello aveva reagito minacciandolo di morte: «Ti ammazzo». Per tutta la notte, dopo quell'insulto, il capotreno ha rimuginato la sua vendetta. Ed è uscito di casa portandosi in tasca il coltello. Ha messo in scena la sua sanguinosa commedia. E quando negli uffici della Polfer gli hanno messo davanti un album con decine di immagini, ha indicato senza esitazioni una faccia. «È lui». Era il ghanese, il suo persecutore.

Tutto era così lineare, così credibile, così in linea con altri episodi realmente accaduti, che nessuno ha dubitato. Il ghanese è stato fermato poco dopo. E deve ringraziare il Dio delle telecamere se non è finito in galera, ad affrontare una condanna sicura. Invece sul lato dell'interbinario a Santo Stefano c'è un impianto che riprende tutto. Immagini nitide, in alta definizione. E quando la squadra Mobile esamina il filmato rimane di sasso: lì, dove secondo il capotreno il suo aggressore sarebbe saltato giù dal convoglio, non scende nessuno. Le immagini mostrano solo lui. Feltri, a bordo del vagone, completamente solo.

Il ghanese venne rilasciato. «Le ricerche del vero aggressore continuano», fece sapere la Procura. Ma era una finzione per non danneggiare una inchiesta che aveva a quel punto una piega precisa: ad accoltellare Davide Feltri non era stato né il ghanese né qualunque altro passeggero africano o italiano, clandestino e regolare. Era stato Davide Feltri.

Pochi giorni fa, al ferroviere viene data un'ultima chance: lo riconvocano in Questura e gli fanno ripetere tutta la storia, da capo. E lui ripete tutta la menzogna, pari pari, comprese le accuse al ghanese. Gli mostrano il filmato. Sbianca. Balbetta. Confessa. Lo incriminano per calunnia e pure per interruzione di servizio, per avere fermato il treno.

Non ha fatto un buon servizio a nessuno, il capotreno Feltri: né al ghanese, né a se stesso, né ai suoi colleghi che ogni giorno rischiano aggressioni vere sui treni. E che ora, se capiterà a loro, rischieranno di non essere creduti.