No ai figli «a metà»: anche la Cassazione boccia il ddl Pillon

di Daniela Missaglia

S e anche la Cassazione entra nell'agone dei dubbi e delle perplessità generate dal disegno di legge Pillon, qualcosa vorrà pur dire? I giudici della Suprema Corte, a dirla tutta, nemmeno citano il nome del senatore che ha proposto, fra le proteste di buona parte degli operatori di diritto e della società civile, un sistema di automatica ripartizione egualitaria dei tempi di permanenza dei figli tra madri e padri separati, a prescindere dall'età e dalla specificità caso per caso. E tuttavia, con la pronuncia del 10 dicembre, gli ermellini affrontano il tema dell'affidamento dei figli, fornendo un responso generale che, di fatto, smentisce l'impianto dell'abbozzata riforma Pillon.

È una sentenza breve, il cui nucleo centrale si riassume così: il bambino ha diritto di trascorrere più giorni con il genitore che sa instaurare un legame affettivo molto forte e di farlo crescere in un ambiente sociale più consono. Insomma, la Cassazione conferma che il giudice deve valutare i genitori che ha di fronte verificando quale dei due abbia svolto i propri compiti con maggiore attenzione, comprensione, disponibilità. Ed è questo il criterio base nella ripartizione dei tempi di permanenza con i figli.

Dividere a metà la vita dei minori tra uno e l'altro genitore, quindi, non è un diritto calato dal cielo né una regola di automatica applicazione. Il giudice della famiglia non può essere un mero notaio chiamato a dividere in parti eguali i figli come fossero conti correnti cointestati, ma deve valutare, caso per caso, le singole realtà familiari nell'ottica privilegiata dei minori, i veri involontari protagonisti di ogni separazione. All'esito di dibattiti e manifestazioni che hanno già scandagliato i motivi di dissenso rispetto a un disegno di legge che, oggi, pare accantonato a futura e incerta discussione parlamentare, la giurisprudenza più «alta» scende in campo facendo suoi banali concetti di buon senso. I genitori non sono tutti uguali o non lo sono in assoluto: la logica dell'appiattimento e dell'uniformazione cieca va respinta. Spesso gli adulti si fanno forti di diritti e prerogative che brandiscono come clave nelle aule giudiziarie, dimenticando che ciò incide sulla vita di un soggetto inerme, il figlio, che non ha chiesto ai genitori di separarsi e che va tutelato, prima di tutto, dai loro inconsapevoli egoismi.