No, sarò solo spettatore della tua assenza

E cosa posso essere io, adesso, lo spettatore della tua assenza?

Come posso, Virginia, mia adorata, applaudire il tuo capolavoro: forse seguendo il tuo sudario, incamminandomi nella plaga di buio e acqua del mare e cercarti nel nulla?

Lo strazio cui mi destini (...)

(...) è il trionfo della tua esistenza. C'ero anch'io nella tua vita ma per essere solo un dettaglio, il souvenir di una gita, una conchiglia da appoggiare sul tavolino, nulla di più, altrimenti io e te saremmo adesso carne su carne, avremmo addosso quel qualcosa di me e di te, di noi, di tutti e due ciecamente felici per rinnovare la gioia e non per morire.

Tu, amore mio, accudita da una tomba. Io, invece, vivo. Stupidamente vivo. Sono solo un pettegolezzo e non ho neppure il conforto dell'oblio.

Tutto ti ha abbandonato, mi dici, amore mio. Tutto eccetto la certezza di avere me in un angolo tutto tuo ma quel cantuccio è stato sempre separato dalla tua vita.

La mia inesistenza s'è consumata in attesa di te e non ho un modo di riavvolgere i giorni per lasciare nella fossa la morte e riportarti a me perché già un istante senza te ha messo a nudo la pochezza di questo sentimento altrimenti, te lo ripeto, non saresti il fantasma di questa mia eterna giornata vuota.

Sono disperato ma un presagio c'era. Facevo di tutto per non scrutarne i segni, per buttarmi alle spalle la paura di perderti perché quando nacque il nostro amore – e questa è una completa confessione – ne ebbi subito l'ossessione: non averti mai più. E cominciavo a pasticciare senza sapere come tenere fede alla tua personalità, alla tua avvenenza, al tuo fascino.

Ho sempre avuto questo incubo: perderti. E poi non essere all'altezza. Provinciale e goffo non reggevo il peso dello stile tuo, così sofisticato. M'incantavo nel seguire le tue dita avvolgere la sciarpa intorno al collo tuo, segnato dal tuo volto in cui – ancora l'altro giorno – m'involava il batticuore.

Non sapevo si potesse mangiare la cotognata con il formaggio intenso. Già questo fatto mi sembrava una rivoluzione rispetto alla mia vita di prima, m'intossicavo di finezze e ricordo – e ne soffro, con vergogna – una furiosa litigata che scatenai in casa, il primo Natale del nostro amore, contro la famiglia di mio fratello, accusandoli di essere zotici e noiosi.

Provavo disgusto verso il cattivo gusto, scoprendo peraltro di averlo vissuto, fino a quel momento, con la naturalezza di un'uniforme: provinciale, appunto, e goffa. Temevo mi contaminasse ancora quella vita e in quel tempo avere accanto te era un viverti come il mio destino, lo specchio della mia persona a cui riferire ogni emozione.

Ho sempre avuto l'incubo di perderti avendo chiaro un fatto: qualunque momento di gioia mia, naturale e semplice, ti procurava un dolore acuto come quando un giorno, dal mio taccuino, scorgevi il disegno di una vettura da te considerata pacchiana e per me, invece, un sogno da bambino. Fu, quella stupidaggine, la rivelazione: due mondi lontanissimi io e te. La mia inutile bontà, il tuo inarrivabile essere altrove.

Ho sempre avuto questo incubo, perderti: ho perso te.