Noi giovani emigrate in cerca di fortuna che in quei mercatini troviamo un po' di calore

Incantate dalle luci, dai colori e dai sapori ci sentivamo come tutti. Almeno fino a ieri

Berlino Le luci di Natale ti fregano, qui a Berlino. Sono tante, colorate, sparse per piazze e vie per cercare di prendere il posto di un sole spesso assente. Le luci di Natale distraggono dalla malinconia in una Berlino ogni tanto troppo scontrosa, algida e fredda. È davanti a quelle luci che casa sembra davvero troppo lontana. Ci avviciniamo ai 30 anni, o ci siamo appena capitati, e la nostalgia non può essere ammessa, la voglia di tornare non è ritenuta giusta. E forse è per questo che in queste sere di dicembre ci tuffiamo nei mercatini di Natale, festosi, rumorosi, profumati, che qui sono come una coperta rassicurante. I volti che escono dalla folla anonima diventano familiari, le grida normali. Il glühwein, vino caldo, ci riscalda, lasciandoci immergere in riminescenze dal sapore dolce, di casa. Il mercatino dell'attentato terroristico era uno dei tanti sparsi per la città, uno dei tanti che vende guanti, capelli e calzini fatti con lana di Alpaca. Li senti da lontano perché vieni assalito dall'odore del vino, delle kartoffel fatte in padella, dei currywurst infilati velocemente tra due fette di pane, da quello degli schmalzkuchen fritti nel grasso di maiale e dei pretzels caldi ricoperti di sale. Lì non sei siciliano, sardo e neppure abbruzzese. Lì, in una Berlino fredda ma avvolgente, sei un italiano come tanti arrivato in città per lavorare, per intravedere quel futuro che da Roma o da Milano o da Napoli sembra chiuso da un muro di sfiducia e di delusione.

E così, incantato dalle luci, stordito dagli odori, rimbambito dal vino, ti senti fortunato, coraggioso, rinvigorito. E allora sì, pensi di aver fatto bene aver seguire il consiglio del professore in La meglio gioventù: «Lascia l'Italia, un Paese di dinosauri, in cui non cambia mai nulla». Andiamo in quello di AlexanderPlaz, ma no dai è meglio quello del KulturBrauerei su Schönhauser Allee, ma che dici il mercatino giapponese all'Urban Spree è il più fico di tutti. Zitti ce l'ho: andiamo a quello di Kudamm, nella piazza della Chiesa del Ricordo. E così incantato, stordito, rimbambito, rimani fregato.

L'orrore ha sfregiato perfino la nostra malinconia. Siamo sopravvissuti, salvi per caso. Ci contiamo con i check su Facebook, con frenetici messaggi su WhatsApp, con messaggi vocali in attesa che le due spunte blu facciano capolino per rassicurarci. Il giorno dopo ci cerchiamo tra colleghi, chiediamo di amici, di amici di amici. I botti di capodanno fanno paura, somigliano a spari che non vorremmo sentire.

Noi italiani in questo Zoo di Berlino tra poco torniamo a casa per Natale. Pensiamo agli aeroporti in subbuglio, ai ritardi, ai controlli. Ma dobbiamo tornare, la tradizione ci attende. Noi non siamo quelli dell'Erasmus, siamo cresciuti e un po' invecchiati, siamo venuti a Berlino non più per studiare, ma per lavorare. Noi siamo i nuovi emigranti, giovani, certo, quelli che il ministro Poletti vuole cancellare.