"Per noi il putsch è stato un vero trauma"

Gli italiani che vivono in Turchia: «Situazione tesa, ma sempre sotto controllo»

«L'attentato all'aeroporto è stata una scossa emotiva, il golpe un'altra. Ma la Turchia ha la capacità di reagire e mentre la Farnesina invitava i nostri connazionali a non uscire di casa, sabato mattina c'era già qualcuno al mare, come se niente fosse accaduto». Valentina Elmetti, 29enne originaria di Venezia, che da tre anni insegna italiano all'università di Istanbul, è una dei 4mila nostri connazionali che vivono in Turchia. Valentina non si fa catturare dalla politica, «tra Isis e la questione curda è un'evoluzione continua a queste latitudini», anche se ammette che «per quel che riguarda l'istruzione pubblica la Turchia ha una marcia in più». Come gli altri 4mila italiani ha assistito con grande apprensione agli eventi che hanno portato al golpe, poi fallito, dei militari. «Quando sembrava che ce l'avessero fatta la polizia è riuscita a ribaltare la situazione. Sono sorpresa per il consenso di Erdogan. Si parlava di elezioni truccate, ma quanto accaduto in questi giorni mi ha fatto cambiare idea. Il rapporto tra Erdogan e gli italiani? Assolutamente neutrale». Sulle epurazioni in corso aggiunge: «queste persone non sono la mia Turchia ma un branco di individui barbari. Quella che condividiamo ogni giorno è un'altra Turchia. Non facile, ma stupenda». Valentina è a Istanbul, Francesco Comotto, 52 anni di Trieste, lavora da sette mesi a un progetto di marketing territoriale a Erzurum, a 50 km dal confine con l'Armenia, in una zona decentrata rispetto al teatro del putch. «L'altra notte la situazione è sempre stata sotto controllo - ammette - Non ci sono stati scontri. Quando Erdogan ha lanciato l'appello di scendere in strada, tutta la città si è riversata davanti alla sede della polizia». E mentre ad Ankara e Istanbul si stava ancora combattendo a Erzurum «c'era un clima di euforia generale e di quasi consapevolezza che gli equilibri politici non sarebbero cambiati». Conclude dicendo: «Erdogan ha proclamato la giornata del 15 luglio festa nazionale. Da sabato la gente gira con auto imbandierate e orgoglio patriottico». Nella poliedrica Turchia c'è la professoressa, l'esperto di marketing, ma anche un generale, Paolo Ruggiero, primo ufficiale italiano chiamato a ricoprire il delicato incarico di Vice Comandante della Nato all'Allied Land Command di Izmir. E con lui i 135 artiglieri del 4° reggimento contraerei «Peschiera», impiegati nella missione Nato «Active Fence», lungo la zona di confine tra Turchia e Siria, in una delle aree più calde del pianeta. Nessuno di loro ovviamente si è trovato a dover fronteggiare la battaglia. Venerdì sera però, con il golpe in atto, la situazione da calda è diventata rovente per la Nato, con la base aerea di Incirlik, utilizzata per i raid in Siria, isolata e senza energia. Gli italiani in Turchia sono anche partner di importanza strategica in settori come quello bancario, dell'energia, delle infrastrutture e dell'industria della difesa, con oltre 900 aziende dislocate a Istanbul, Izmir, Izmit, Ankara, Tekirdag e Manisa. Il successo dei loro investimenti transita dalla stabilità politica. Un po' come per gli sportivi, in tutto una decina. Come la pallavolista della nazionale Nadia Centoni, impegnata nel Galatasaray di Istanbul, e l'asso del basket Luigi Datome, che ha appena vinto il campionato con la maglia del Fenerbahce di Istanbul. La notte dell'attentato all'aeroporto Ataturk aveva commentato su twitter: «Istanbul people, talk to me! Every time it hurts more and more». Dopo il fallito golpe ha aggiunto: «Istanbul fa parte del mio cuore».